Riflessione sul Vangelo domenicale [archivio]

XII Domenica T.O. Anno B
21 Giugno 2015

Gesú dorme! Non é sdraiato a terra. È seduto con la testa appoggiata sul braccio sinistro il quale poggia sul mantello piegato e ripiegato tante volte da formare un cuscino. Pietro è al timone della barca non troppo grande e neppure piccola; Andrea si occupa delle vele e Giovanni con altri 2 si preparano per la pesca, mentre attraversano il lago per andare sulla riva opposta. Ad un certo punto il cielo diventa quasi nero, con nuvoloni all’orizzonte piene di tempesta; il sole scompare all’avvicinarsi dei nuvoloni. Si alza un fortissimo vento e in pochi minuti tutto il lago ribolle e schiuma. Onde che cozzano le une contro le altre, sbattono contro la barca, la alzano, l’abbassano, impediscono la manovra del timone. Gesú dorme. La tempesta si fa sempre piú violenta. La barca inghiotte acqua, sempre piú acqua e sempre piú viene spinta al largo. I discepoli sudano nel buttare nel lago l’acqua che le onde rovesciano nella barca. Non serve a nulla. Pietro perde la calma e la pazienza. Dá al fratello Andrea il timone e traballando va verso Gesú, lo scuote con forza. Gesú si sveglia, alza la testa. “Maestro, stiamo affondando! Non t’importa che moriamo? Salvaci”.
E finisce come sapete.
Perché Gesú dormiva? Non sapeva che la tempesta stava per venire?
Gesú stesso dá la risposta a Maria Valtorta, la mistica italiana, nella visione di questo episodio. Dice: ”Sí, io lo sapevo. Io solo lo sapevo! E allora perché dormivo? I miei apostoli erano uomini; e gli uomini si credono sempre capaci di tutto. Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo erano dei buoni pescatori e perció si credevano capacissimi, nelle cose marinare. Io per loro ero sí, un grande “Rabbi”, ma un buono a nulla come marinaio, perció mi ritenevano incapace di aiutarli. Quando salivo con loro nella barca, mi invitavano subito a stare seduto, perché, secondo loro, non ero capace di altro. Io, da parte mia, li rispettavo, come rispetto tutti; li lasciavo liberi e aspettavo. Quel giorno, stanco e invitato come al solito a sedermi e a riposare e a lasciare fare a loro, che erano tanto pratici, mi misi a dormire.
Nel mio dormire, pensavo con amarezza e dispiacere, non solo a loro, ma anche ai tanti “sordi spirituali” e “ciechi spirituali”, che vogliono fare da soli, vogliono fare senza Dio, senza sapere che Dio vuole soltanto aiutare l’uomo, non sostituirsi a lui. Io aspetto solo di essere chiamato in aiuto. Quando Pietro gridó “Salvaci”, la mia amarezza e il mio dispiacere verso di loro, si sciolse come neve al sole. Io non sono soltanto uomo: l’uomo molto spesso si prende la rivincita e dice: “Quando ti volevo aiutare non hai voluto, ora fai da te”. Ma io non sono un uomo soltanto, io sono uomo-Dio, sono salvatore e salvo, salvo sempre non appena mi si invoca. E cosí feci anche quel giorno". Alla domanda di Maria Valtorta: “E allora perché permetti alle tempeste di ogni tipo (al male di ogni specie) di agire?”, Gesú risponde: "Perché se io con la mia potenza distruggessi i guai, le disgrazie, tutte le tempeste della vita e tutto il male, voi giungereste a credervi gli “autori” del bene, che in realtá sarebbe mio dono; e non vi ricordereste mai piú di me, di Dio. Mai piú. Avete bisogno, invece, voi, poveri figli, del dolore per ricordarvi che avete un Padre; proprio come quel figlio prodigo che si ricordó di avere un Padre, quando cominció ad avere fame. Le sventure, figli miei, servono a farvi persuasi del vostro nulla, della vostra stoltezza e ignoranza, causa di tanti vostri errori, di tanta vostra cattiveria, di tanti vostri lutti e dolori, causa di tante punizioni che voi stessi vi date e non ve ne accorgete. Ricordatevi di me, della mia esistenza, della mia potenza e della mia bontá. Abbiate fiducia in me. Proprio come fanno tutti gli umili del mondo. Chiamatemi. Gesú non dorme. Chiamatemi e verró”. Fin qui Gesú.
Che altro aggiungere? Niente! Solo una piccola considerazione.
Anche noi che ci ricordiamo del Padre, che abbiamo fede in Gesú, molto spesso ce ne usciamo con la stessa domanda di Pietro. “Maestro non t’importa di me che sono disperato? Non ti importa della mia famiglia che va a rotoli? Non ti importa che ho il cancro? Non ti importa che sono disoccupato? Non ti importa che non riesco a trovare né casa, né lavoro? Non ti importa che sto morendo di dolore e di solitudine, abbandonato dai figli? Signore, dove sei quando tutto attorno a me è confusione, agitazione, tempesta? Dove sei quando la mia piccola barca fa acqua da tutte le parti? Maestro non ti importa...?
Pensiamoci! Pensiamoci sinceramente un po’ e chiediamoci: Non importa al Maestro di noi, o forse non importa a noi del Maestro? È a Gesú che non importa della nostra vita o è il nostro modo di pensare, di ragionare, di parlare, di vivere, di comportarci che non importa di Gesú? È Gesú che dorme o siamo noi che dormiamo? Se noi ci riteniamo dei padreterni, se noi ci lasciamo guidare dai soldi, dal prestigio, dall’orgoglio, dalla superbia, dai vizi, dalla rabbia e poi arriva la tempesta…, tutte queste cose a cui ci siamo aggrappati e da cui ci lasciamo guidare, possono salvarci?

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