Riflessione sul Vangelo domenicale [archivio]

XI Domenica T.O. Anno C
16 Giugno 2013

Oggi il Vangelo ci rivolge un invito. Quale? Quello di fare posto a Dio.
E dove? Dov’è che possiamo far posto a Dio? Nel nostro cuore? NO!
Il nostro cuore è giá pieno, è giá tutto occupato dal nostro orgoglio, diciamo la verità! Non c’è posto per Dio nel nostro cuore! Tanto è vero che quando egli si presenta, gli sbattiamo la porta in faccia, lo cacciamo, lo rifiutiamo. Possibile? Sí! E quando? Gli esempi non mancano: quando noi rifiutiamo di amare, noi rifiutiamo Dio, perché Dio è Amore; quando noi rifiutiamo il perdono, noi rifiutiamo Dio, perché Dio è Perdono; quando noi rifiutiamo la pace che qualcuno vuole fare con noi, o la pace che qualcuno ci dá (soprattutto durante la Messa) noi rifiutiamo Dio, perché Dio è la Pace, è il Principe della Pace. Questi sono peccati gravissimi, per noi cristiani! Con che faccia, poi noi andiamo a fare la Comunione, dopo aver, per esempio, rifiutato la pace?
Da una parte vogliamo essere uniti a Dio, dall’altra parte lo cacciamo: questa è ipocrisia, doppia faccia, peccato gravissimo, per uno o una che si dice cristiano, discepolo di Cristo. E allora, se non dobbiamo fare posto nel nostro cuore a Dio, dove gli dobbiamo fare posto?
Al centro della nostra miseria, al centro dei nostri peccati, affinché lui li possa bruciare, cancellare, perdonare. Sembra strano mettere Dio al centro dei propri peccati. Forse prima d’ora nessuno ha mai sentito una cosa del genere. Mettere Dio al centro del proprio cuore l’abbiamo sentito sempre; ma mettere Dio al centro della propria miseria, al centro dei propri peccati, questo proprio no! E invece è cosí. Mettere Dio al centro dei nostri peccati, vuol dire mettere la Veritá in mezzo ai nostri peccati (Dio è Veritá); e mettere la Veritá in mezzo ai nostri peccati vuol dire assumersi le proprie responsabilità, riconoscere i propri peccati e pentirsi. Si, noi mettiamo Dio al centro dei nostri peccati quando abbiamo il coraggio di dire “ho peccato”, ho sbagliato e ci pentiamo, sinceramente. Tante persone cristiane non sentono il bisogno di mettere Dio, la Veritá, al centro dei loro peccati. Perché? Perché loro non hanno peccati!
A parole dicono che sono peccatori, ma da come pensano, da come valutano gli altri e da come si atteggiano fanno capire che loro non hanno peccati. E perció non sentono nessun bisogno di riconoscerli e di pentirsi. E di che cosa si devono pentire?! Se non hanno peccati!? I peccati li hanno… gli altri; quelli, sí; loro no, per loro tutto a posto; tutto giustificato quello che fanno loro; e cosí giustificano il rifiuto della Pace, giustificano il rifiuto del Perdono, giustificano il rifiuto di dare una mano a chi è nel bisogno, insomma rifiutano Dio. Perció non avendo peccati, non vedono il motivo di mettere Dio, la Veritá al centro dei loro peccati. Anzi non vedono il motivo di mettere Dio da nessuna parte. Che posto devono dare alla Veritá!  Vivono bene senza la Veritá! Basta il loro egoismo, basta il loro orgoglio. Sono loro la Veritá! E perciò dall’alto del loro orgoglio si possono permettere di dire e di fare tutto quello che vogliono, proprio come fece Davide all’inizio.
E siamo nella 1° lettura.
Davide, infatti, il re degli Ebrei, il piú grande re degli Ebrei, persona molto capace, molto stimata e molto amata dal suo popolo, dall’alto della sua posizione e del suo potere, pensava di fare e disfare come voleva lui (proprio come fanno anche oggi i politici, i capi, le autoritá, i banchieri, ecc., proprio come fanno anche oggi tutti i prepotenti). Comunque, come i nostri governanti, anche Davide fece tutto in segreto, a spese della povera gente. E che fece Davide? Davide perse la testa per Betsabea, una donna molto bella. Fin qui niente di male. Ma il fatto era che questa donna molto bella era giá sposata ed era la moglie di un suo ufficiale, Uria, il quale non stava a casa o in piazza ad annoiarsi, ma stava al fronte a combattere proprio per il Re e per la Patria. Dall’alto della sua posizione, della sua arroganza e della sua prepotenza, Davide, organizzando tutto in modo che il popolo, la sua gente non se ne accorgesse, che fece? Se la spassava, possedette la moglie del suo ufficiale Uria e la mise incinta; poi tentó di fare attribuire la paternità del nascituro al marito vero della donna; infine, non avendo avuto successo in questo, organizzò l’assassinio del marito di Betsabea, costruendosi un alibi di ferro. Tutto a posto, tutto in regola: lui, Davide, era pulito agli occhi della gente, del suo popolo, nessuno sapeva niente. Davide, peró, non fece bene i conti; trascuró il fatto che sopra di lui c’era Qualcun Altro; rimase “scoperto” su un lato: eh sí! Ci si puó camuffare di fronte al giudizio degli uomini, si possono negare i fatti ripetutamente davanti agli altri, ma quando il giudice è Dio, allora l’uomo, per quanto potente, appare nudo nella sua miseria. E quando il profeta Natan si presentó a Davide e gli rinfacció, a nome di Dio, i suoi crimini, Davide trovó la sua salvezza; non nella fuga, non nel negare i fatti, ma lasciandosi inchiodare alle sue responsabilità. Non tentó di giustificarsi, come fanno tanti (anche politici e governanti di oggi), ma ammise esplicitamente i fatti: fece posto a Dio in mezzo ai suoi crimini, fece posto alla Veritá in mezzo ai suoi peccati. E dopo la sua ammissione sincera dei fatti, dopo la sua confessione sincera, dopo il suo pentimento: “ho peccato”, arriva immediatamente e inaspettato il perdono: “Il Signore ha perdonato i tuoi peccati”.
Tale e quale quello che Gesú fece con la prostituta del Vangelo: dopo il pentimento, arrivò il perdono. Chi mette Dio (la Veritá) al centro della propria miseria e dei propri peccati usa gli occhi non per indagare sugli altri, non per guardare gli altri in cerca di qualcosa da disapprovare, da disprezzare o da condannare, ma per puntarli dritto dritto sulla propria coscienza per ammettere le proprie responsabilità, per riconoscere i propri peccati; e poi, dopo averli puntati sulla propria coscienza, gli occhi li alza e li punta non verso gli altri, ma verso Dio: occhi sinceramente imploranti, sguardo che esprime sincero pentimento. E il perdono arriverá immediato e abbondante. Dio spazzerà via tutte le nostre sozzure e rimetterà in piedi tutta la nostra vita sgangherata. E allora saremo veramente grandi. Sí, perché la grandezza (e la salvezza) dell’uomo consiste nell’ammettere di essere un “poveruomo”.
 

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