Udite...udite!

21 Marzo 2022

LA PARABOLA
DEL PADRE MISERICORDIOSO
RACCONTATA DA GESÚ
AD UN GRUPPO
DI UNA VENTINA DI PERSONE
NELLA VISIONE DI MARIA VALTORTA

Udite. È una bella parabola che vi guiderà con la sua luce in tanti casi.
Un uomo aveva due figli. Il maggiore era serio, lavoratore, affezionato, ubbidiente, un poco ottuso e si lasciava guidare, per non avere il fastidio di decidere da sé e assumersi delle responsabilitá. Il secondo era intelligente più del maggiore, ma in compenso era anche ribelle, svagato, amante del lusso e del piacere, dissipatore e ozioso. L’intelligenza è un grande dono di Dio. Ma è un dono che va usato saggiamente. Altrimenti è come certi farmaci i quali, usati in mal modo, non guariscono ma peggiorano la situazione. Il padre, come era nel suo diritto e nel suo dovere (come è del resto, nel diritto e dovere di ogni padre) lo richiamava ad essere piú ragionevole. Ma senza alcun risultato, eccetto quello di avere risposte aspre, offensive e maleducate e un maggior irrigidimento del figlio nelle proprie cattive idee. Un giorno, dopo un litigio piú aspro ed accanito, il figlio minore disse: “Dàmmi la mia parte dei beni, così non sentirò più i tuoi rimproveri e le lagne del mio fratello. Ad ognuno il suo e sia finito tutto”. “Guarda”, gli disse il padre, “che presto sarai rovinato. Che farai allora? Pensa che, dopo, io non sarò ingiusto e non toglieró niente a tuo fratello per darlo a te”. “Non ti chiederò nulla. Sta’ sicuro. Dàmmi la mia parte, e finisce qui!”.
Il padre fece valutare tutti i terreni che aveva e tutte le ricchezze in denaro, in gioielli e in cose preziose; e, visto che denaro e gioielli valevano tanto quanto le terre, dette al figlio maggiore i campi e i vigneti, gli animali e gli ulivi, e al figlio minore il denaro e i gioielli, che il giovane vendette subito trasformandoli in denaro contante. Fatto questo, in pochi giorni, se ne andò in un paese lontano dove visse da gran signore, scialacquando tutto il suo patrimonio in stravizi di ogni specie, facendosi credere un figlio di re perché si vergognava di dire: “sono campagnolo”, rinnegando perciò il padre suo. Festini, amici e amiche, vesti, vini, gioco… vita dissoluta… Presto vide diminuire i soldi e avvicinarsi la miseria. E con la miseria, a peggiorare le cose, venne nel paese una grande povertá che mise fine ai resti dei soldi. Avrebbe potuto andare dal padre. Ma era superbo e non volle. Andò allora da un riccone del paese, già suo amico nei tempi buoni, e lo pregò dicendo: “Accoglimi fra i tuoi servi in ricordo di quando godesti delle mie ricchezze”. Vedete voi come è stupido quel giovane! Preferisce mettersi sotto la frusta di un padrone, anziché dire ad un padre: “Padre perdonami! Ho sbagliato!”. Quel giovane aveva imparato tante cose inutili con la sua intelligenza aperta, ma non aveva voluto imparare ció che dice la Bibbia: “Quanto è infame colui che abbandona il padre suo e quanto è sgradito a Dio chi fa inquietare la madre”. Era intelligente ma non sapiente.
L’uomo a cui si era rivolto, in cambio del molto che aveva goduto dal giovane stupido, lo mise a fare il pastore e il guardiano dei porci. Sporco, stracciato, puzzolente, affamato, perché il cibo era scarso per tutti i servi e specialmente per gli stranieri e per il pastore di porci. In piú vedeva i porci saziarsi delle ghiande e pensava: “Potessi almeno io pure riempirmi la pancia di queste ghiande! Ma sono troppo amare! Neppure la fame me le fá sembrare buone”. E si disperava pensando alle ricche feste fatte poco tempo prima fra risa, canti, danze e donne… Pensava poi ai pranzi abbondanti della sua casa paterna lontana, alle porzioni che il padre faceva per tutti, senza distinzione tra servi e figli, conservando per sé sempre il meno, contento di vedere felici i suoi figli. E diceva a se stesso: “I servi di mio padre, anche gli ultimi, hanno pane in abbondanza… e io qui muoio di fame…”. Un lungo lavoro di riflessione, una lunga lotta per strozzare la superbia… Poi, finalmente, venne il giorno che, rinato nell’umiltà e nella sapienza, si alzó e disse: “Io vado da mio padre! È stupido questo orgoglio che mi tiene prigioniero. E di che, poi? Perché soffrire sia nel corpo e più ancora nel cuore mentre posso avere perdono e sollievo? Vado dal padre mio. Che gli dirò? Ma certo, gli diró quello che è nato nel mio cuore, in questa vergogna, fra queste immondizie, fra i morsi della fame! Gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami perciò come l’ultimo dei tuoi servi, ma sopportami nella tua casa. Che io ti veda passare…’. Non potrò dirgli: ‘…perché ti amo’. Non lo crederebbe. Ma lo dimostreró con il mio comportamento, ed egli lo capirá, e prima di morire mi benedirà ancora… Oh! lo spero. Perché mio padre mi ama”. E, tornato la sera in paese, si licenziò dal padrone e chiedendo l’elemosina sulla strada del ritorno, arrivó a casa sua. Ecco i campi paterni… e la casa… e il padre che dirigeva i lavori, invecchiato, curvato e appesantito dal dolore, ma sempre buono… Il giovane colpevole, guardando quella rovina, causata da lui, si fermò pieno di paura… ma il padre, alzando la schiena, in un momento di riposo, e guardando lontano, lo vide e gli corse incontro, perché era ancora lontano. Quando lo raggiunse gli gettò le braccia al collo e lo baciò. Solo il padre aveva riconosciuto, in quel pezzente invecchiato, suo figlio e solo lui aveva avuto un movimento di amore. Il figlio, stretto fra quelle braccia, con il capo sulla spalla paterna, mormorò fra i singhiozzi: “Padre, lascia che io mi getti ai tuoi piedi”. “No, figlio mio! Non ai piedi. Sul mio cuore, che ha tanto sofferto della tua assenza e che ha bisogno di rivivere col sentire il tuo calore sul mio petto”. E il figlio, piangendo più forte, disse: “Oh! padre mio! Io ho peccato contro il Cielo e contro di te, non sono più degno di essere chiamato da te: figlio. Ma permettimi di vivere fra i tuoi servi, in casa tua, vedendoti, mangiando il tuo pane, servendoti, bevendo il tuo respiro. Ad ogni boccone di pane, ad ogni tuo respiro, il mio cuore tanto corrotto, diventerá onesto…”. Ma il padre, tenendolo sempre abbracciato, lo condusse verso i servi, che si erano ammucchiati a distanza e che guardavano, e disse loro: “Presto, portate qui la veste più bella e le grosse tinozze di acque profumate, lavatelo, profumatelo, rivestitelo, mettetegli ai piedi dei calzari nuovi e un anello al dito. Poi prendete un vitello quello ingrassato e ammazzatelo. E si prepari una grande festa. Perché questo figlio mio era morto ed ora è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. Io voglio che ora lui pure ritrovi il suo semplice amore di figlio. Deve capire che egli è sempre per me il caro figlio, ultimo nato, come era nella infanzia sua, quando mi camminava al fianco, facendomi felice col suo sorriso e con le sue prime parole”. E così fecero i servi.
Il figlio maggiore era in campagna e non seppe nulla fino al suo ritorno. A sera, tornando verso casa, la vide tutta illuminata e udì suoni di strumenti e danze che uscivano dalla casa. Chiamò un servo che correva indaffarato e gli disse: “Che sta succedendo?”. E il servo rispose: “È tornato tuo fratello! Tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso perché ha riavuto il figlio e per giunta sano, guarito dalla sua grande superbia e dal suo grande orgoglio, ed ha ordinato una festa. Non si attende che te per cominciare”. Ma il primogenito, pieno di rabbia perché gli sembra una cosa ingiusta e fuori posto quella festa fatta per il figlio minore, che oltre ad essere minore era stato cattivo, non volle entrare e cominció ad allontanarsi da casa. Ma il padre, avvertito di questo, corse fuori e lo raggiunse tentando di convincerlo e pregandolo di non amareggiargli la sua gioia. Il primogenito rispose al padre suo: “E vuoi che io non sia arrabbiato? Tu che sei ingiusto nei miei riguardi. Io da quando ho potuto lavorare ti ho servito, e sono molti anni. Io non ho mai trasgredito ad un tuo comando, neppure ad un tuo desiderio. Io ti sono sempre stato vicino e ti ho amato per due, per farti guarire dalla piaga e dal dolore che ti ha procurato mio fratello. E tu non mi hai dato neppure un capretto per godermelo con gli amici. Questo tuo figlio, invece, che ti ha offeso, che ti ha abbandonato, che è stato scansafatiche e sprecone e che torna ora perché è spinto dalla fame, tu lo onori e per lui ammazzi il vitello più bello. Vale la pena essere lavoratori e senza vizi, allora! Questo non me lo dovevi fare, padre!”. Il padre disse allora stringendoselo al cuore: “Oh! figlio mio! E puoi credere che io non ti ami perché non ho organizzato una festa per te? Il tuo comportamento è giá una grande soddisfazione per me, e tutti ti lodano per questo motivo. Ma questo tuo fratello, invece, ha bisogno di essere rialzato nella stima degli altri e nella stima sua stessa. E credi tu che io non ti ami perché non ti dó un premio materiale e visibile? Ma mattina e sera e in ogni mio respiro e pensiero tu sei presente al mio cuore, e ad ogni attimo io ti benedico. Tu hai il premio continuo di essere sempre con me, e tutto quanto è mio è tuo. Ma era giusto organizzare un grande pranzo e fare festa per questo tuo fratello, che era morto ed è risuscitato al Bene, che era perduto ed è ritornato al nostro amore”.
E il primogenito si arrese.

 



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