NON POSSO

"NON POSSO"

Un giorno Gianluca, scoraggiato, si presentó davanti ad un vecchio saggio e gli disse: “Non posso”, "Non posso”, “Non ci riesco”. “Ne sei sicuro?” rispose il vecchio saggio. “Sì, mi piacerebbe tanto sedermi davanti a lei e dirle quello che provo... Ma so che non posso farlo”. Il saggio si sedette, sorrise, guardò negli occhi Gianluca e, abbassando la voce come faceva ogni volta che voleva essere ascoltato attentamente, gli disse: “Ti racconto una storia...”. E senza aspettare, iniziò a raccontare: “Quando ero piccolo, adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato, in particolar modo, dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe. Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, era chiaro che un animale, in grado di sradicare un albero, poteva facilmente liberarsi da quel paletto e fuggire. Ma non lo faceva. E questo era davvero un bel mistero. Che cosa lo teneva legato, allora? Perchè non scappava? Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio, di risolvere il mistero dell'elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perchè era ammaestrato. Allora posi la domanda: “Se è ammaestrato, perchè lo incatenano?”. Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta convincente. Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo sempre piú raramente. Ma un giorno, per mia fortuna, trovai qualcuno, che era abbastanza saggio, da darmi la risposta giusta: “L’elefante del circo non scappa, perchè è stato legato a un paletto simile, fin da quando era molto, molto piccolo”. Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l'elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perchè quel paletto era troppo saldo per lui. Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora... Finchè un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l'animale accettò di non essere capace e si rassegnó al proprio destino. L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perchè, poveretto, crede di non poterlo fare. Reca impresso il ricordo dell’incapacitá sperimentata subito dopo la nascita. E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo. E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più...”. Fin qui, il racconto. Poi il saggio si rivolse a Gianluca che gli era di fronte e disse: “Proprio così, amico mio. Noi siamo un po' tutti come l'elefante del circo: andiamo in giro incatenati a centinaia di paletti che ci tolgono la libertà. Viviamo pensando che “non possiamo” fare un sacco di cose semplicemente perchè una volta, quando eravamo piccoli, ci avevamo provato ed avevamo fallito. Allora abbiamo fatto come l'elefante, abbiamo inciso nella memoria questo messaggio: “non posso, non posso e non potrò mai”. Siamo cresciuti portandoci dietro il messaggio che ci siamo trasmessi da soli; ed è per questo che non proviamo più a liberarci del paletto. Quando a volte sentiamo di volerci liberare, facciamo muovere le catene, guardiamo con la coda dell'occhio il paletto e pensiamo: “non posso, non posso e non potrò mai”. Il saggio fece una lunga pausa. Quindi si avvicinò, si sedette sul pavimento davanti a Gianluca e proseguì: “E' quello che succede anche a te, amico mio. Tu vivi condizionato dal ricordo di un “Gianluca” che non esiste più e che non ce l'aveva fatta quando era piccolo. L’unico modo per sapere se puoi farcela oggi, è provare di nuovo mettendoci tutto il cuore… tutto il tuo cuore!”

***********************************

"Non posso", "non ce la faccio",
"non è alla mia portata". "E' troppo difficile",
"non ci riuscirò ma", "gli altri possono, io no".

Sono frasi che il nostro cervello ci ripete,
ma anziché guardarle come frasi, come pensieri,
finiamo per crederci.

Certamente non siamo di quelli che dicono
"non esistono limiti,
l'unico limite siamo noi stessi",

oppure di quelli che dicono
"tu puoi fare tutto".
Sciocchezze!
Non possiamo fare tutto,
siamo esseri umani limitati.
Non ci è concessa l'onnipotenza.
Ma possiamo fare molto,
cominciando a liberarci da catene fittizie.



Vai all'archivio »