Quel giorno sul Calvario

26 Marzo 2018

 QUEL GIORNO SUL CALVARIO

Non appena i condannati sono sul luogo dell’esecuzione, i soldati circondano la piazzuola da tre lati. Non resta vuoto che il lato a strapiombo. Il centurione dà ordine al Cireneo di andarsene. E questi se ne va, a malincuore ora, per amore verso Gesú. Tanto che si ferma ancora un poco. I due ladroni gettano a terra le loro croci bestemmiando. Gesù tace. La via dolorosa è terminata. Quattro uomini muscolosi, escono fuori da un sentiero. Sono vestiti di tuniche corte e sbracciate ed hanno in mano chiodi, martelli e funi che mostrano con insulti ai tre condannati. La folla si agita in un delirio crudele. Il soldato capo offre a Gesù l'anfora perché beva il vino mescolato ad un liquido amaro (mirra) per alleviare il suo dolore, ma Gesù la rifiuta. I due ladroni invece ne bevono molta. Poi viene dato l'ordine ai condannati di spogliarsi. I due ladroni lo fanno senza nessun pudore. Gesù, si spoglia lentamente per il dolore delle ferite. Vuole conservare le corta stoffa che copre le sue parti intime e che ha tenute anche durante la flagellazione. Ma, quando gli viene detto di levarsi anche quella, Gesú tende la mano per chiedere lo straccio dei boia a difesa della sua nudità. É proprio lui, il Creatore dell’Universo ad annientarsi fino a dover chiedere uno straccio ai delinquenti. Ma Maria ha visto e si toglie il lungo e sottile telo bianco, che le copriva il capo, sotto al mantello oscuro. Se lo toglie e lo dà a Giovanni perché lo consegni al soldato per il Figlio. Il capo dei soldati prende il velo senza fare problemi e, quando vede che Gesù sta per spogliarsi del tutto, gli porge il telo materno. E Gesù lo riconosce. Si avvolge a più riprese il bacino, assicurandoselo per bene perché non caschi. E su quel lino, fino ad allora, bagnato soltanto del pianto di Maria, cadono le prime gocce di sangue, perché molte ferite, nell’abbassarsi di Gesú per togliersi i sandali e mettere a terra le sue vesti, si sono riaperte e il sangue riprende a sgorgare. Il carnefice appoggia la punta del chiodo al polso, alza il martello e dà il primo colpo. Gesù, che aveva gli occhi chiusi, all'acuto dolore ha un grido e una contrazione, e spalanca gli occhi terrorizzati. Deve essere un dolore atroce quello che prova. Il chiodo penetra spezzando muscoli, vene, nervi, frantumando ossa. Maria risponde al grido di suo Figlio torturato con un gemito che sa quasi del lamento di un agnello sgozzato, e si curva, come spezzata, tenendosi la testa fra le mani. Gesù, per non torturarla, non grida più. Ma i colpi ci sono. La mano destra è inchiodata. Si passa alla sinistra. Il foro del legno non corrisponde al polso. Inchiodano dove possono, ossia fra il pollice e le altre dita. Qui il chiodo entra più facilmente ma con maggiore dolore, perché deve toccare e rovinare nervi importanti, tanto che le dita restano come morte, mentre le altre della destra hanno contrazioni che rivelano che sono ancora vive. Ma Gesù non grida più, ha solo un lamento soffocato dietro le labbra fortemente chiuse, e lacrime di dolore che cadono per terra. Ora è la volta dei piedi. A un due metri e più dal termine della croce c'è un piccolo cuneo, appena sufficiente per un piede. Su questo vengono portati i piedi per vedere se va bene la misura. E dato che è un poco in basso e i piedi arrivano male, li stiracchiano e poi li inchiodano. Le sofferenze sono sempre più forti. La respirazione si fa sempre più difficoltosa, la contrazione del petto si fa sempre piú debole e il cuore batte sempre piú in modo irregolare. Il volto di Gesú passa alternativamente da vampe di rossore intensissimo a sbiancamento verdastro di uno che sta per morire per dissanguamento. La bocca si muove con maggiore fatica, per i continui e dolorosi crampi anche alle mascelle. La gola, è gonfia. La schiena, diventa sempre piú curva in avanti, perché le membra divengono sempre più pesanti per il peso di alcune parti del corpo giá morte. La gente vede poco e male queste cose, perché la luce è ormai di un grigio scuro, e solo chi è ai piedi della croce può vedere bene. Il respiro è sempre più soffocato, lento e raro, ma intenso. É già più un rantolo mortale che un respiro. Ogni tanto un colpo di tosse penosa porta una schiuma lievemente rosata alle labbra. E le distanze fra un respiro e l'altro diventano sempre più lunghe. L'addome è già fermo. Solo il torace ha ancora dei sollevamenti, ma faticosi, stentati. La paralisi polmonare si accentua sempre più. E sempre più debole, viene l'invocazione: «Mamma!». E la Addolorata mormora: «Sì, figlio, sono qui». E quando la vista di Gesú si vela di piú, fino quasi a non fargli vedere piú niente e Gesú mormora faticosamente: «Mamma, dove sei? Non ti vedo più. Anche tu mi abbandoni?», Lei dice, con le lacrime agli occhi e con un pugnale nel cuore: «No, no, figlio mio! Non ti abbandono io! Sentimi, io sono qui, sono qui”. É uno strazio. Ancora un silenzio. Poi, pronunciate con infinita dolcezza e con ardente amore, le parole: «Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio!».  Ancora un silenzio. Si fa lieve anche il rantolo. É appena un soffio limitato alle labbra e alla gola. Poi, ecco, l'ultimo spasimo di Gesù. Una convulsione atroce, che pare voglia schiodare il corpo dalla croce, sale per tre volte dai piedi al capo, scorre per tutti i poveri nervi torturati; solleva tre volte l'addome in una maniera anormale. Alza, gonfia e contrae fortemente il torace. Poi un grido potente, impensabile in quel corpo sfinito, si sprigiona, squarcia l'aria, il «grande grido» di cui parlano i Vangeli e che è la prima parte della parola «Mamma». Poi, più nulla. La testa ricade sul petto, il corpo in avanti, il fremito cessa, si ferma il respiro. É morto.

(da "L'evangelo come mi é stato rivelato" di Maria Valtorta)



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