Gianbruco

Gianbruco

C’era una volta un enorme albero di gelso, che aveva piú di cento anni. Era pieno di rughe e di saggezza. Questo enorme gelso ospitava una quantitá numerosissima di piccoli bruchi. Erano bruchi onesti, laboriosi e di piccole pretese. Mangiavano molto, dormivano e, salvo qualche capatina al bar del penultimo ramo, non facevano chiasso. La loro vita scorreva monotona, ma serena e tranquilla. Faceva eccezione il periodo delle votazioni, durante le quali i bruchi si scaldavano un po’ per le insanabili divergenze tra il partito di destra, quello di sinistra e quello di centro. I bruchi di destra sostenevano che si comincia a mangiare la foglia da destra, i bruchi di sinistra sostenevano che si comincia a mangiare la foglia da sinistra e quelli di centro che si comincia a mangiare dove capita. Alle foglie, naturalmente, nessuno chiedeva mai un parere. Tutti trovavano naturale che fossero fatte per essere rosicchiate e mangiate. Il buon vecchio albero di gelso nutriva tutti e passava il tempo sonnecchiando, e si godeva la musica del rumore fatto dalle insaziabili mandibole e dai denti dei suoi ospiti, i bruchi. Tra tutti i bruchi ce n’era uno in modo particolare, che era il piú curioso, quello che con maggiore frequenza si fermava a parlare con il vecchio e saggio albero di gelso: si chiamava Giovanni, ma tutta la sua famiglia di bruchi lo chiamavano Gianbruco. “Sei veramente fortunato, vecchio mio”, diceva Gianbruco al gelso. “Tu te ne stai sempre tranquillo, qualsiasi cosa capiti. Sai che dopo l’estate verrá l’inverno, e poi tutto ricomincerá daccapo. E cosí anno dopo anno e passano moltissimi anni. Per noi la vita, invece, è cosí breve. Un lampo, pochi giorni a schioccare le mandibole per mangiare e poi tutto è finito”. Il gelso rideva, rideva, tossendo ogni tanto.  “Giovanni, Giovanni, ti ho spiegato molte volte che non è cosí, non finirá cosí! Tu non morirai. Diventerai una creatura stupenda, ammirata e invidiata da tutti…”. Gianbruco agitava la sua testa grossa e brontolava: “Non la smetti mai di prendermi in giro. Lo so bene che noi bruchi siamo disprezzati e allontanati da tutti. Facciamo ribrezzo. Nessun poeta ci ha mai dedicato una poesia e nessun musicista, una canzone. Tutto ció che dobbiamo fare su questa terra è mangiare, mangiare e ingrassare. E basta”. “Ma tu, Giovanni, non sogni mai? chiese poi il gelso. Il bruco diventó rosso: “Qualche volta” rispose timidamente. “E che cosa sogni?”. “Sogno una specie di angeli”, disse, “creature con bellissimi colori delle ali che volano in un mondo stupendo”. “E non sogni mai te stesso?” “Sí, qualche volta sogno di essere anch’io uno di quella specie di Angeli che volano”, disse Giambruco, con un fil di voce, arrossendo di nuovo. Ancora una volta l’albero di gelso scoppió a ridere. “Giovanni, che stupidi che siete: voi bruchi siete le uniche creature i cui sogni si avverano sempre e voi non ci credete!”. Qualche volta Giambruco ne parlava con gli amici. “Chi ti mette queste idee in testa”, brontolava Pierbruco, che pensava di saperne piú degli altri. “Il tempo vola, e poi tutto finisce. Non c’é niente dopo! Niente di niente”. “Ma il gelso dice che ci trasformeremo tutti in bellissimi e coloratissimi esseri con le ali…”. “Stupidaggini. Inventano tutto per farci stare buoni,”, rispondeva l’amico. Gianbruco scrollava la testa e ricominciava a mangiare. “Presto tutto finirá…” (e giú un boccone); “Non c’è niente dopo…” (e giú un altro boccone); “I sogni resteranno sempre sogni…” (e via un altro boccone); “Non diventeranno mai realtá…” (e ancora un boccone); “Sono illusioni…”, ripeteva mentre lavorava con le mandibole.
Ben presto i raggi del sole autunnale cominciarono ad illuminare tanti piccoli bozzoli bianchi tondeggianti sospesi qua e lá sulle foglie del vecchio gelso. Un mattino anche Gianbruco, spostandosi con estrema fatica e lentezza, quasi trascinandosi, come in preda ad un invincibile sonno, si rivolse all’albero del gelso. “Sono venuto a salutarti, amico mio. È la fine. Guarda sono l’ultimo della mia generazione. Ci sono soltanto tombe in giro, le tombe della mia razza. Ed ora mi devo costruire anche io la mia tomba”. “Ho gia incominciato a godermi il silenzio”, disse il gelso a Gianbruco. “Potró fare ricrescere un po’ di foglie. Mi avete praticamente spogliato! Arrivederci Giovanni”, sorrise il gelso.
“È un addio, amico mio. Un vero addio. I sogni non si avverano mai, resteranno sempre e solo sogni” insistette Gianbruco. “Oh, vedrai, vedrai” concluse il gelso.
Intanto, lentamente, Gianbruco cominció a farsi il bozzolo. Il gelso cominció a cullare i numerosi bianchi bozzoli appesi ai suoi rami.
A primavera, una bellissima farfalla dalle ali rosse e gialle volava intorno al gelso. “Ehi gelso, cosa fai di bello? Non sei felice per questo sole di primavera?”. “Hai visto, Giovanni, che avevo ragione io?” sorrise il vecchio albero di gelso. “O ti sei dimenticato di come eri poco tempo fa?”.

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Parlare di risurrezione agli uomini
è proprio come parlare di farfalle ai bruchi.
Molti uomini del nostro tempo
pensano come i bruchi.
Per loro, la parola risurrezione
non significa nulla.
Per noi cristiani, invece,
la risurrezione è un passaggio
da una forma di vita (la nostra attuale)
a una forma di vita nuova
di cui non abbiamo ancora esperienza.



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