La fortuna

LA FORTUNA

C’era una volta un uomo veramente sfortunato. Aveva tanto desiderio di formarsi una famiglia, ma tutte le ragazze belle e brave che incontrava, finivano per sposare qualcun altro. Puntualmente tutti gli uccelli andavano nel suo campo a mangiarsi i semi, i lupi attaccavano il suo gregge di pecore e le volpi si mangiavano le sue galline. Se giocava a briscola, perdeva. Se partiva per una passeggiata, si metteva a piovere. E se una tegola scivolava dal tetto, lo faceva proprio nel momento in cui passava sotto. Insomma era uno scalognato nero. Un giorno stanco della malasorte che si accaniva contro di lui, si recó da un monaco-eremita che viveva in un bosco, poco lontano dalla sua casa. Naturalmente mentre camminava, scivoló su una buccia di cocomero e finí faccia in giù, dentro una pozzanghera. Non se la prese piú di tanto: ormai ci aveva fatto l’abitudine. Quando il sant’uomo lo vide tutto sporco e con la faccia tutta desolata, gli disse: “Soltanto il Signore puó darti una spiegazione. Vai a trovarlo da parte mia, sono sicuro che ti ascolterá e ti concederá quello che chiedi”. “Ci vado subito; grazie, eremita”, rispose l’uomo. Si mise il cappello in testa, il sacco sulla spalla, la strada sotto i piedi e se ne andó a cercare la sua fortuna dal Signore, che in quel tempo viveva in una grotta bianca, sulla cima di una montagna, sopra le nuvole. Mentre attraversava una vasta foresta, gli balzó davanti una tigre. Terrorizzato, con i denti che gli battevano e con il cuore a mille, si gettó in ginocchio. “Risparmiami, belva terribile”, imploró, “sono uno sventurato, una che porta jella. Non sono per niente mangiabile. Se mi divori, probabilmente qualcuna delle mie ossa ti si conficcherá in gola e tu morirai soffocata”. “Bah!, non aver paura”, gli ripose la tigre, “non ho appetito. Dove vai, buon uomo?”. “Vado a parlare con il Signore, lassú, sull’alta montagna”. “Portagli il mio saluto”, gli disse la tigre sbadigliando, “e domándagli, perché non ho piú fame; perché se continuo cosí, fra non molto saró morta e stecchita”. Egli promise, chiacchieró un po’ di politica con la grossa bestia, e poi riprese il suo cammino. Alla sera di quel giorno, giunse in una verde pianura e accese il fuoco sotto una quercia mezza secca. Stava per addormentarsi quando udí un sussurro tra le foglie, sopra la sua testa. Gridó: “Chi è la?”. Una voce rispose. “Sono io, l’albero; riesco a malapena a respirare; guarda i miei fratelli in questa pianura, sono alti, verdi, forti, magnifici; solo io sono cosí mezzo secco e meschino; non riesco proprio a capire il perche”. “Sto andando dal Signore, gli chiederó una cura per te”. “Grazie, pellegrino,”, rispose l’albero ammalato. Il mattino dopo, l’uomo riprese il viaggio. Verso mezzogiorno arrivó in vista dell’alta montagna. A sera, nei pressi del sentiero che si arrampicava fino alla cima della montagna, vide una casupola malandata. Il suo tetto cigolava al vento della sera. Si avvicinó alla soglia e guardó dentro, attraverso la porta aperta. Vicino al fuoco, seduta, c’era una donna che piangeva a testa bassa. L’uomo le chiese ospitalitá per la notte, poi aggiunse: “Perché piangi?”. La donna si asciugó gli occhi e rispose. “Solo il Signore lo sa”. “Se lo sa Lui, bene”, replicó l’uomo, “non abbia paura bella signora; sto andando da lui e glielo chiederó; dorma bene”. La donna scrolló le spalle. Da piú di un anno l’angoscia le attanagliava il cuore e le impediva di dormire. Il giorno dopo, il pellegrino giunse alla porta del Signore. Era rotonda e deserta. In mezzo alla volta c’era un buco da cui entrava la luce del cielo. L’uomo si fermó proprio sotto la cascata di luce. Allora udí una voce. “Figlio mio, cosa voi?”. “Signore voglio la mia fortuna, perché si è dimenticata di me”. “L’avrai, ti sta giá aspettando”. “Grazie, Signore. Vorrei farti ancora tre domande”. “Chiedi pure”. “Ai piedi della montagna vive una donna triste. Piange sempre, perche?”. “È bella, giovane e sola”, disse Dio, “ha bisogno di un marito”. “Signore, durante il viaggio ho incontrato un albero malato. Di che cosa soffre?”. “Un cofano sepolto e abbandonato sotto i suoi piedi, pieno di monete d’oro, impedisce alle sue radici di affondare nel terreno e trovare il nutrimento che gli serve per crescere”. “Signore, nella foresta c’è una tigre bizzarra. Non ha piú appetito”. “Che divori l’uomo piú sciocco del mondo e tornerá in ottima salute”. “Grazie Signore e buona giornata”.
L’uomo ridiscese tutto contento, verso la vallata. Vide la donna in lacrime davanti alla porta. Le fece un profondo inchino. “Bella signora”, le annunció, “per lei ci vuole un marito”. La donna lo guardó sorpresa. Poi disse: “Entra, allora, pellegrino, mi sei simpatico, sposiamoci e saremo felici insieme”. “Ah no, non ho tempo. Ho un appuntamento con la mia fortuna. Mi sta giá aspettando”. La salutó con garbo, facendo volteggiare in aria il suo cappello, e ripartí ridendo e fischiettando. Arrivó ben presto nei pressi dell’albero malato. Gli gridó da lontano: “Un baule pieno di monete d’oro impedisce alle tue radici di crescere. Me l’ha detto il Signore”. L’albero gli replicó: “Dissottérralo, per favore. Tu sari ricco ed io saró libero”.  “Ah no, non ho tempo. Ho un appuntamento con la mia fortuna. Mi sta giá aspettando”. Si assicuró il sacco da viaggio sulle spalle e si inoltró nella foresta, prima del cadere della notte.  La tigre lo aspettava a metá cammino. “Buona bestia, ecco la risposta: tu devi mangiare un uomo. Ma non uno qualunque, bensí il piú sciocco del mondo”. La tigre gli domandó: “E come faccio a riconoscerlo?”. “Non lo so”, disse l’uomo. “Io non posso far altro che ripetere le parole del Signore, come ho fatto con la donna e con l’albero”. “La donna? Che donna?”. “Sì la donna; piangeva senza smettere mai. Era giovane e bella. Le ci voleva un buon marito. Voleva me. Ma io non avevo tempo”. “E l’albero?”, chiese la tigre. “Un tesoro sotterrato gli impediva di crescere e di vivere. Voleva che lo tirassi fuori io. Ma te l’ho giá detto: non avevo il tempo. Non ce l’ho nemmeno adesso. Addio, ho molta fretta”. “Dove vai?”. “Torno a casa. Ho un appuntamento con la mia fortuna. Mi sta aspettando”. “Un momento", disse la tigre, "che cosa pensi di un viaggiatore che corre dietro alla sua fortuna e abbandona ai bordi della sua strada una donna giovane, bella e buona, rinunciando a sposarla, e un tesoro sepolto, rinunciando ad appropriarsene?”. “Facile, buona bestia”, rispose l’uomo senza pensare, “è uno sciocco; a pensarci bene non vedo come possa esistere al mondo uno sciocco piú sciocco di quello”. Furono le sue ultime parole. La tigre finalmente mangió con buon appetito. E ringrazió il cielo della fortuna che le era capitata.

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La fortuna
non “casca” dall’alto:
non esistono uomini fortunati
e uomini sfortunati.
Ciascuno è artefice
della propria fortuna.

La fortuna consiste nell’accorgersi
di quanto si ha
e di quello
che le circostanze quotidiane
gli offrono.

Molti uomini sono cosí ossessionati
dall’attesa della fortuna,
che non si accorgono
di averla giá trovata:

sono
“gli-uomini-piú-sciocchi-del-mondo”



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