Il sasso

IL SASSO

C’era una volta, su una strada, un sasso che non serviva a niente. Era un bel sasso, di forma rotonda, grosso piú o meno come la testa di un uomo, di un bel colore grigio-azzurro. Ma nessuno lo degnava di uno sguardo. Un sasso è solamente un sasso: a chi mai puó interessare?
All’inizio spuntava appena appena dalla terra, al centro di una strada che portava in cittá. Non gli mancava la compagnia: quasi tutti quelli che passavano di lá, inciampavano. Qualcuno borbottava, qualche altro si accontentava di lanciargli qualche colorita parolaccia, altri maledívano il povero sasso. Quando passavano i cavalli, con i loro zoccoli colpivano violentemente il sasso, facendo sprizzare sciame di scintille che brillavano nella notte. Il sasso era sempre piú triste, scoraggiato, infelice, sull’orlo della disperazione e di una depressione profonda: che razza di vita era mai la sua? Un giorno una carrozza che procedeva veloce per quella strada ebbe un impatto cosí violento con il povero sasso da lasciargli un segno profondo e visibile che sembrava una ferita. Nell’urto, peró, ebbe
la peggio la ruota, che si spezzó. Il conducente, furibondo e arrabbiatissimo, con un grosso ferro cavó il sasso e lo scaglio lontano con tutte le sue forze. Il sasso rotoló malinconicamente per un po' e si fermó in mezzo ad altri sassi piú piccoli nella scarpata. “Ci mancavi solo tu, ciccione”, gli gridarono gli altri sassi. “Quanto sei pesante, grosso e brutto”, gli dissero due pietre piatte e sottili. Se i sassi avessero lacrime, il nostro povero sasso sarebbe scoppiato in un pianto disperato. Il sasso in quel momento desideró sprofondare nel terreno e sparire per sempre dalla vista di tutti. Ma un mattino, due mani robuste lo sollevarono. “Questo serve a me”, disse una voce profonda. “E gli altri?” chiese un altro tipo. “Possono servire anche loro. Raccoglieteli”. Mentre gli altri sassi venivano gettati in un carro, il sasso ciccione fece il viaggio nella bisaccia dell’uomo che lo aveva raccolto. Quando ne uscí, si trovó in un cantiere, dove migliaia di operai erano tutti indaffarati al loro posto di lavoro. Tutti erano all'opera per innalzare una magnifica costruzione che, anche se ancora incompleta, giá svettava nel cielo. E i muri, le potenti arcate, le colonne, le guglie, tutto era formato da pietre grigio-azzurre come lui. “Questo è il paradiso” pensó il sasso, che non aveva mai visto niente di piú bello. Le mani dell’uomo passarono sulla superficie del sasso come una ruvida carezza. “Finirai lassú, anche tu, amico mio”, disse la voce. “Ho un progetto magnifico per te. Dovrai soffrire un poco, ma ne varrá la pena”. Il sasso venne portato in un angolo dove un gruppo di uomini stava scolpendo figure di santi di pietra. Una delle statue, quella piú grande e piú importante, era senza testa. L’uomo la indicó e disse: “Ho trovato la testa per quello”. Accarezzó nuovamente il sasso con le mani e continuó: “È perfetto. Sembra fatto apposta, e anche questa piccola ferita mi ha fatto venire un’idea”. Al sasso pareva di sognare: nessuno la aveva mai definito “perfetto”. Subito dopo, peró fu stretto in una morsa e uno strumento appuntito cominció a ferirlo senza pietá. L’uomo lo scalpellava con forza e competenza. Il dolore era forte, ma non duró molto. Il sasso inutile si trasformó nella magnifica testa di una santo che fu collocata sulla facciata della cattedrale. Era la statua piú grande e piú bella che tutti notavano e che ognuno indicava all'altro per un particolare: tutti gli altri santi erano seri e riflessivi, quello era l’unico santo sorridente. L’artista aveva trasformato la ferita provocata dalla ruota della carrozza, in un magnifico sorriso. Il sorriso pieno di pace e di felicitá del sasso che aveva trovato il suo posto e che faceva sorridere di ammirazione ogni visitatore.

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Per i tuoi familiari,
amici e conoscenti,
forse no,
ma per Dio
tu sei “perfetto”



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