Corso Biblico 2015-2016: GLI ANGELI nell'Antico Testamento: seconda parte

SECONDA PARTE

GLI ANGELI NELL'ANTICO TESTAMENTO

Nell’Antico Testamento troviamo un comportamento costante di Dio, che cioé Dio stabilisce un rapporto con gli uomini attraverso i suoi messaggeri: gli antichi Ebrei erano fermamente convinti che Dio si servisse degli angeli per guidare il popolo, il mondo e la storia.

All’inizio dell’umanità, nella Genesi, subito dopo il peccato originale, un Cherubino, con la spada di fuoco, è posto a guardia dell’Giardino (Paradiso terrestre) (Gen 3, 24), da dove ne erano stati cacciati i nostri progenitori Adamo ed Eva. Poi, per migliaia di anni, non vi è nessun accenno agli Angeli, fino al tempo di Abramo, capostipite del popolo eletto.

Di Cherubini sentiamo ancora parlare dal profeta Ezechiele, nel 1° e nel 10° capitolo del suo libro, in cui il termine “cherubini” ricorre quasi ad ogni versetto.

Gli angeli, nel mondo biblico, sono stati per l’uomo prima di tutto dei preziosi informatori.

Tre angeli annunciano nella Genesi, la nascita di Isacco ad Abramo ed a Sara (Gn 18, 1-5; 6, 11-14). Quest’ultima, infatti, non aveva figli per cui diede ad Abramo la sua serva Agar, come concubina, ed ella rimase incinta ma, quando, a sua volta, Sara aspettò Isacco, scacciò Agar dalla sua casa. Vicino ad una sorgente, nel deserto, apparve ad una Agar fuggitiva ed abbandonata, un “messaggero di YHWH” (Gn 16, 7-12). L’angelo consolò Agar e le profetizzò: “Tu partorirai un figlio e lo chiamerai Ismaele (Dio ascolta), ed io moltiplicherò la tua discendenza” (Gn 16, 10-11). Così l’angelo rimandò Agar da Abramo. Più tardi, l’angelo chiamò ancora Agar dal cielo e l’aiutò (Gn 21, 17).

Messaggeri di Dio sono anche i due ospiti di Lot, a Sodoma. Essi lo proteggono, insieme a sua moglie ed alle loro due figlie. Ma gli angeli hanno anche il compito di eseguire il giudizio sugli empi abitanti di Sodoma (Gn 19, 1-25).

La storia di Abramo narra anche della richiesta, fattagli dal Signore, di sacrificargli il suo unico figlio Isacco. Abramo prepara il sacrificio ma, nell’ora più attesa e temibile, l’angelo del Signore gli grida di non sacrificare più il figlio (Gn 22, 1-14), non solo, ma per la sua pronta obbedienza gli comunica la benedizione del cielo per suo figlio Isacco (Gn 22, 15-18). Nella storia di Abramo, l’angelo appare un’altra volta quando egli chiede, in sposa, Rebecca per suo figlio. In quella occasione Abramo aveva incaricato il suo servo più fidato – “che aveva potere su tutti i suoi beni” – della domanda di matrimonio. Davanti alle sue titubanze, egli lo rassicura, dicendogli: “Il Signore manderà davanti a te il suo angelo” (Gn 24, 2-40). Giacobbe era uno dei figli di Isacco. In un misterioso sogno, che avvenne a Bethel, un luogo ritenuto sacro, egli vide gli Angeli di Dio salire e scendere da una scala che partiva dalla terra e raggiungeva il cielo. Davanti a sé egli trovò il Signore che gli disse: “Io sono il Signore, Dio tuo. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te ed alla tua discendenza” (Gn 28, 10). “Più tardi, mentre proseguiva il suo cammino, Giacobbe incontrò una schiera di angeli: “l’accampamento di Dio”. Così Giacobbe chiamò quel luogo “accampamento, casa” (Bethel). Sempre a Giacobbe, rimasto da solo, apparve una notte un angelo, con le sembianze di uomo, che si rifiutò di dirgli il suo nome. Giacobbe lottò con lui fino all’aurora, poi accortosi che era un angelo del Signore non lo lasciò andare via finché questi non lo benedì. Come a dire che Giacobbe non ottenne con la forza la benedizione, ma solo in virtù della sua insistenza, nella preghiera. Fu allora che Giacobbe ricevette il nome di “Israele”, che significa “colui che lotta con Dio”. La comparsa dell’angelo, nelle tradizioni dell’Esodo, è in riferimento all’aiuto ricevuto dal popolo nella fuga dall’Egitto e nella guida verso la Terra Promessa: si tratta di un “angelo” o “del mio angelo”, inviato da YHWH, per dare sicurezza nella riuscita. L’angelo del Signore appare a Mosè nelle fiamme di un roveto ardente, la cui fiamma non si spegne. Dio chiama Mosè dal fuoco e lo invia dal Faraone, quale messaggero della liberazione del popolo di Israele (Es 3, 1-33). Sempre l’angelo del Signore protegge Israele nel passaggio del Mare dei giunchi e durante tutta la traversata dell’Esodo (Es 23, 20). Quando, però, il popolo d’Israele pecca d’idolatria, con l’episodio del vitello d’oro, è solo dopo aver castigato gli idolatri che YHWH invierà un angelo per fare da guida davanti ad essi nel deserto (Es 32, 34; 33, 2): “IO mando davanti a te un angelo per custodirti sul cammino […], ascolta la sua voce, perché il mio Nome è in lui” (Es 23, 20-21). Traspare in ciò la funzione di rappresentanza dell’angelo: quando Dio parla lo fa attraverso l’angelo. L’angelo, in questo modo del tutto singolare, annuncia ed opera la salvezza, fa uscire dall’Egitto e libera Gerusalemme dall’assedio dell’esercito di Sennacherib. “In quella notte, l’angelo del Signore scese e percosse nell’accampamento degli Assiri, centottantacinquemila uomini” (Nm 20, 16). Nel Deuteronomio non si parla mai apertamente di angeli di Dio. Al massimo, Dio promette di ispirare un profeta perché annunci la sua parola (cfr Dt 18, 14-17).

Nei cosiddetti Libri storici, gli angeli di Dio vengono maggiormente citati, sia come singoli messaggeri, sia come guide del popolo. Così è evidentemente un messaggero di Dio quello che appare a Giosué nelle sembianze di un uomo con la spada sguainata. Egli stesso si definisce “principe dell’esercito di YHWH” (Gs 5, 13-15). E l’esercito di YHWH non è certo un esercito terreno, ma l’esercito degli angeli (Gn 32, 2 ss.). In quell’apparizione, l’angelo promette, a Giosuè e ad Israele, il suo aiuto nella battaglia di Gerico. Il concetto e la dottrina sugli angeli hanno uno sviluppo molto significativo nel Libro dei Giudici (databile tra il XIII ed il XII secolo a. C.). L’angelo di YHWH si manifesta ad Israele nel periodo dei contrasti sorti con città straniere (prima di tutto con le cittá di Canaan)) e parla a nome di Dio. Egli rammenta di essere stato colui che ha guidato il popolo fuori dall’Egitto e lo pone di fronte alle sue infedeltà. La punizione, per questa sua infedeltá, sarà la sua schiavitú. Allora la gente, riconoscendo i propri errori, comincia a piangere (Gdc 2, 1-4). L’angelo di Dio appare, in sembianze umane, a Gedeone, sotto una quercia (Gdc 6, 11-24). Egli impersona YHWH stesso e consuma, miracolosamente, con un fuoco le offerte, per poi scomparire. Durante la notte YHWH appare in sogno a Gedeone e gli ordina di abbattere l’altare di Baal (Gdc 6, 25-32). Più tardi, sempre a Gedeone, dice di mettere alla prova il popolo d’Israele, in vista della battaglia contro Madian (Gdc 7, 2-9). L’angelo appare ben due volte alla moglie di Manué, nonché a quest’ultimo, per annunciare loro la nascita del figlio Sansone (Gdc 13, 1-25). Tra l’angelo ed i due futuri genitori hanno luogo lunghe discussioni. Egli predice che il loro figlio salverà Israele dai Filistei, poi scompare dentro la fiamma del sacrificio. Nel Libri di Samuele, il futuro re Davide viene descritto buono e saggio come un angelo di Dio. YHWH è con Davide, lo protegge e lo aiuta a tal punto ch’egli decide sempre rettamente e con giustizia. L’angelo del Signore viene, per così dire, “umanizzato” tramite il re. Al tempo della comparsa del Libro delle Cronache, la fede in Dio si era sviluppata ed approfondita in Israele e, con essa, anche la concezione delle potenze spirituali. In 1 Cr 21, 1, Satana spinge Davide a fare un atto di superbia e di orgoglio, incitandolo ad un censimento, e Davide volendosi rendere conto della sua potenza, accetta di fare un censimento: più tardi il popolo d’Israele sarà punito per la sua colpa, quella cioè di aver seguito il re piuttosto che la volontà di YHWH. Allora, Davide riconosce la sua colpa e si affida alla clemenza di Dio: per punizione Dio farà scoppiare una peste in Israele: “Il Signore aveva mandato un angelo a Gerusalemme per distruggerla. Ma il Signore, poi, si pentì di aver provocato quella sciagura ed ordinò all’angelo: “Basta, ritira ora la mano” (2 Sam 24, 16). Gli angeli nell’Antico Testamento, tra i compiti più frequenti, hanno soprattutto quello di essere dei messaggeri del conforto e del sostegno a coloro i quali si sentono abbandonati, perseguitati e condannati a morte ingiustamente (cfr. 1 Re 19, 2). Ed è quanto accade al profeta Elia. Minacciato di morte dalla regina Gezabele, moglie del re Acab, per il fatto di aver eliminato tutti i falsi profeti di Baal, Elia è spaventato e, temendo per la propria esistenza, si rifugia nel deserto. Ma il Signore ha ben altri progetti su di lui, che si augurava la morte, e, ripetutamente, gli invia un angelo per farlo mangiare affinché riprenda energia. Dopo di ciò, Elia si rifugia sul monte Oreb. Qui gli appare il Signore che lo rinvia indietro per portare a termine la missione affidatagli (1 Re 19, 8-18). La parola del Signore fu data altre volte ad Elia in questo modo. Alla fine della sua vita terrena, egli fu portato in cielo su di un carro di fuoco tirato da cavalli di fuoco (2Re 2, 11). Nei testi del II Libro dei Maccabei, della fine del II sec. a.C. gli angeli sono i messaggeri che Dio invia al suo popolo, generalmente per proteggerlo, ma talvolta anche per punirlo. I Salmi elevano, a livello di legge generale, l’esperienza di aiuto riscontrato nei singoli casi. I testi dicono chiaramente che gli angeli sono degli esseri pronti all’ascolto ed all’esecuzione della volontá del Signore. Basta questo versetto del Salmo 103, 20-21 per capire tutto: “Benedite il Signore, voi suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola… schiere, ministri…”. Nei Salmi, gli angeli sono spesso citati. Dio è il “Signore degli eserciti celesti”, il “Re della gloria”, “cavalca un cherubino e vola, librandosi sulle ali del vento”, “Fa delle nubi il suo carro, cammina sulle ali del vento; fa del vento i suoi messaggeri, delle fiamme guizzanti i suoi ministri”. Dio stesso appare come angelo protettore, quale scudo e corazza per la sua fedeltà. Gli angeli cantano le lodi di Dio e Davide non disdegna di esprimere, per ciò, il suo ringraziamento: “A te voglio cantare davanti agli angeli” (Sal 138, 1).
Il Salmo 148 è tutto un canto di ringraziamento e, questi canti, risuonano tutt’oggi nel culto, sia della Sinagoga che della Chiesa. I profeti portano avanti, attraverso azioni e rivelazioni, la fede d’Israele negli angeli. Così Michea annuncia la sua visione: “Io ho visto il Signore seduto sul trono; tutto l’esercito del cielo gli stava attorno, a destra e a sinistra” (1 Re 22, 19). Lo stesso tema del Dio e Signore in trono appare anche in Is 6, 1, in Dn 7, 10, in Gb 1 e 2, in Zc 6, 5 e nel Salmo 103, 20 ss. Il profeta Isaia ebbe la sublime visione nella quale vide la gloria di Dio, udì i Serafini osannare l’Altissimo (“Sabaoth”) e, da uno di essi, che gli mondò le labbra, toccandogliele con un carbone acceso, si sentì fatto “profeta” (Is 6, 1-4). La missione di Isaia consiste nel vedere ed udire la liturgia celeste, celebrata dal Signore e dagli angeli. Gli angeli sono dei serafini come “creature di fuoco”, essi hanno le ali che rappresentano la libertà della natura soprannaturale, la prontezza nel rispondere ai richiami divini, nonché esprimono e giustificano il potere di essere al di sopra della realtà circostante. Il canto “Santo, santo, santo” sta a significare che Dio è separato da tutta la creazione, Egli è il totalmente altro, colui che è incomparabilmente elevato al di là ed al di sopra di tutta la creazione. Il luogo descritto da Isaia è importantissimo anch’esso perché è il solo ed unico luogo delle Sacre Scritture in cui si parla dei Serafini. Ora, nel mentre che ad Isaia apparvero dei Serafini (dall’ebraico seraph, che significa ardere, bruciare), per infondergli nell’animo il fuoco dello zelo e dell’eloquenza, ad illuminare Ezechiele vennero inviati i cherubini che, come dice il loro nome, sono spiriti sapienti e propagatori della sacra dottrina. Nella sua visione (Ez 1, 1-23), egli vide giungere un uragano ed una nube circondata da sfavillante splendore, con del fuoco inestinguibile e del metallo incandescente, al centro della quale vi sono quattro figure umane: ogni figura ha quattro facce e quattro ali. Le facce hanno le sembianze umane sul davanti e sembianze di leone, toro, uomo ed aquila sugli altri lati. Sopra la loro testa c’è un firmamento splendente come cristallo e, sopra di esso, un trono con una figura dalle sembianze umane.
I cherubini erano già comparsi in Gn 3, 24, dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre e sulla reliquia più sacra ad Israele, l’Arca dell’Alleanza (Es 25, 19-25), nonché per aiutare Davide in una battaglia (2 Sam 22, 11; Sal 18, 11). Il profeta Zaccaria riferisce le sue visioni, che un angelo di YHWH interpreta per lui, alla parola di Dio (Zc cap. 1-8). Esse esprimono la consolazione di Sion per la ricostruzione. L’angelo si occupa anche del demone Asmodeo (Gb 2, 1) e, alla fine rimane la promessa del Signore che tornerà con gli angeli santi (Zc 14, 5). In tutto questo tempo, prima della venuta del Redentore, l’angelo è colui che fa da mediazione tra Dio e gli uomini. Il Libro di Daniele contiene, in sintesi, tutta l’angelologia ebraica. Nei capitoli in lingua aramaica, esso eredita la figura dell’angelo del Signore mandato in aiuto dell’uomo in situazioni difficili. Presenta poi alcuni nomi propri nuovi come Gabriele e Michele che, assieme, svolgono funzione di incoraggiamento, d’interpretazione della storia e di protezione del popolo. Il Libro di Tobia presenta Raffaele. Etimologia legata alla sua azione guaritrice ed in cui egli guarisce gli occhi di Tobi, assiste Tobia nel suo viaggio e lo preserva da ogni pericolo, libera la bella Sara dai falsi timori del demonio Asmodeo. Raffaele è colui che presenta a Dio le preghiere e le buone azioni degli uomini ed è “uno dei sette angeli che stanno sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore” (Tb 12, 15). Gli angeli del Libro di Giobbe appartengono alla corte celeste ed il loro stesso nome indica l’intimo legame con Dio. Essi sono chiamati “figli di Dio”, “santi”, ma anche angeli; “servi di Dio” e testimoni della creazione, da loro salutata con gioia. Sono portavoce dell’uomo presso Dio, mentre, presso i morenti, sono invocati quali “angeli della morte”, quali “membri della corte divina”. In conclusione gli angeli nell’Antico Testamento compaiono fin dalle prime battute: essi chiudono il paradiso terrestre (Gn 3, 24); salvano Agar e suo figlio Ismaele (Gn 21, 17); un angelo trattiene la mano di Abramo mentre si appresta a sacrificare il proprio figlio Isacco (Gn 22, 11); essi accettano l’ospitalità di Lot e lo proteggono (Gn 19); appaiono a Giacobbe nel sonno lungo la scala (Gn 28, 12); annunciano nascite prodigiose (Gdc 13, 3-7) e custodiscono i passi dei giusti (Sal 91, 11); essi cantano le lodi del Signore (Is 6, 1-4) e presentano a Dio le preghiere dei santi (Tb 12, 12); altri angeli assistono Elia (1 Re 19, 5), Isaia (Is 6, 6), Ezechiele (Ez 40, 2), Daniele (Dn 7, 16), Azaria e i suoi compagni gettati nella fornace (Dn 3, 49-50) e lo stesso Daniele nella fossa dei leoni (Dn 6, 23). Infine nel Libro di Tobia, Raffaele si presenta come l’aiutante benefico degli amici di Dio.



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