Corso biblico 2013 - 2014: Le parabole della misericordia 2a parte

LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA
2a parte

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IL PADRE MISERICORDIOSO E IL FIGLIO PRODIGO
Lc 15, 11-32
(prima parte)

Un uomo aveva due figli, questo modo di iniziare la parabola è strano, sarebbe stato infatti naturale iniziare il racconto dicendo: un padre aveva due figli. Come mai Gesù utilizza invece la prima espressione? Perché i due figli sono incapaci di capire sia il cuore del padre loro, sia i suoi progetti su di loro, ed allora ai loro occhi quel padre non è un padre ma soltanto un uomo. Un uomo dal quale allontanarsi appena possibile, oppure un uomo a cui si serve e si obbedisce più per paura o per forza che per amore.
Questa storia è la nostra storia, perché anche noi, come i due figli della parabola, non comprendiamo i disegni ed il cuore del Padre nostro che è nei cieli. Da questo fatto di non capire Dio, deriveranno tante nostre idee sbagliate su Dio e tante conseguenze nella nostra vita.
C'è dunque un primo tempo in cui i figli non capiscono, per esempio i genitori; credendo però di capire, vogliono costruirsi la loro vita secondo un loro progetto. Il figlio più giovane si rivolge infatti al padre dicendo: Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta. Queste parole sono l'annuncio di un disagio e di un progetto che da lungo tempo occupano il cuore di questo giovane. Il seguito del progetto verrà fuori alcuni giorni dopo quando, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano.

Come mai il secondogenito abbandona la casa paterna?
È bene a questo punto cercare di riflettere sui motivi che spingono il figlio ad abbandonare la casa paterna. Tra questi possiamo sicuramente escludere la necessità di trovare un lavoro o quella di rimediare ad uno stato di ristrettezze economiche. Infatti, non solo il figlio maggiore lavora nella casa del padre, ma anche molti servi vi prestano la loro opera e per questo ricevono pane in abbondanza, segno questo di ricchezza, di prosperità, di giustizia e di generositá del padre.
Allora perché decide di andarsene? Che cosa gli manca? Cos'è che non gli piace in casa sua? Per rispondere a queste domande dobbiamo tenere presente la risposta che il figlio maggiore dá, al padre: io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Da queste parole possiamo ricavare che la vita quotidiana nella casa del padre era caratterizzata dal servizio, dall'ubbidienza e dalla austeritá, e questo per anni ed anni.
Non c'erano molte occasioni di festa in quella casa, bisognava lavorare sodo, il padre poi, poteva ordinare oggi una cosa, domani un'altra, dopodomani un'altra ancora. Evidentemente, un simile regime di vita poteva provocare, a lungo andare, una certa insofferenza e un certo disagio. Dobbiamo inoltre considerare le allettanti prospettive che il mondo esterno offriva.
Così, il pensiero di non servire più, di non ubbidire più, il pensiero di potersi liberare da ogni vincolo e da ogni regola, la prospettiva di dare libero corso ai propri desideri e alle proprie passioni, di concedersi ogni esperienza e ogni sfizio, formano nel figlio più giovane la convinzione che solo abbandonando la casa del padre avrebbe potuto realizzare pienamente la sua vita e trovare la vera felicità; come realizzare altrimenti questo sogno? Ecco allora la decisione, andrò da mio padre e gli dirò: dammi la parte di patrimonio che mi spetta.

La sorprendente condiscendenza del padre
E il padre, sorprendentemente, senza dire una parola divise fra loro le sostanze. Eppure sapeva che molto probabilmente a quella richiesta sarebbero seguiti eventi poco piacevoli. Allora perché la asseconda, perché si mostra così disponibile? Da notare che concede la sua parte di eredità anche al figlio maggiore che non gliela aveva affatto chiesta. Che cosa si nasconde dietro questo comportamento?
Questo comportamento esprime due caratteristiche di ogni autentico rapporto d'amore, caratteristiche che a seconda del comportamento delle persone coinvolte faranno di questo rapporto la più grande delle gioie o il più doloroso dei fatti.
Una persona che ama veramente e correttamente un'altra persona si sente in obbligo di rispettare infinitamente la libertà della persona amata, anche se la persona amata utilizzerà questa libertà per sottrarsi all'amore di cui è oggetto; ecco perché il padre si mostra così disponibile alla richiesta del figlio. Ma in un rapporto d'amore c'è anche un'altra fortissima esigenza, ed è che colui che ama si aspetta di essere liberamente riamato dalla persona amata; ecco perché il padre concede la sua parte di eredità anche al figlio che non gliela aveva chiesta.
Potremmo così riassumere il pensiero del padre con queste parole: fino ad oggi sono stato per voi un padre e voi siete stati per me dei figli; mi avete servito, ubbidito e onorato, e in un certo senso non potevate fare altrimenti, ma da oggi in poi voglio che siate liberi di continuare ad amarmi oppure di sottrarvi al mio amore, do a voi quanto serve per vivere autonomamente, potete fare dei vostri beni l'uso che riterrete più opportuno; continuare a rimanere nella mia casa deve diventare, da oggi in poi, il frutto di una vostra libera decisione.
Un'attitudine come questa comportava evidentemente dei rischi, rischi che il padre ha deciso di correre in vista di una piú alta relazione d’amore, quella da amico ad amico. Queste cose ci sono suggerite dalla risposta del padre al figlio maggiore quando dice: figlio, tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo. Il rimanere sempre insieme e la disponibilità a mettere in comune i propri beni mostrano l'intenzione del padre di instaurare con il figlio un rapporto di amicizia.
Ma entrambi i figli non capiscono questo progetto, e il loro peccato non è tanto di non capire, ma di non aver fiducia nella saggezza e nella bontà del padre; il loro errore è nel voler realizzare un'idea di felicità loro propria, idea che esclude la presenza del padre.
Il più giovane infatti vuole cercare la felicità in un paese lontano, mentre il primogenito, quando pensa alla festa, la pensa con i suoi amici. Il padre li mette comunque nella condizione di scegliere liberamente se aderire o sottrarsi al suo amore. Il figlio maggiore sembra fare la scelta giusta e decide di rimanere. Il più giovane invece, senza sottoporre il suo progetto al consiglio del padre, decide di realizzare quanto da tempo stava nel suo cuore: raccolte le sue, cose partì per un paese lontano.

L'inizio di un dramma
È l'inizio di un dramma, il dramma di un amore incompreso, ferito, rifiutato. Le sofferenze di questo dramma riempiono il cuore del padre. Per il figlio invece sembra avere inizio un tempo di libertà e di prospettive meravigliose: più si allontana più sembra respirare a pieni polmoni, più lontano andrà meglio sarà, perché meno correrà il rischio di incappare in eventuali richiami del padre. Partito per un paese lontano, vi giunge, e qui può finalmente vivere la sua vita così come lui la intende. Effettivamente, in un primo tempo, le cose sembrano andargli assai bene, riesce a prendersi le sue soddisfazioni, è circondato da amici, tanti amici, la vita gli riserva ogni giorno nuove esperienze e nuove emozioni. Non osservare più le regole come faceva nella casa paterna, sembra renderlo più libero, meno depresso, meno timoroso. La sua vita ed i suoi sogni sembrano pienamente realizzati, adesso sì la sua vita ha senso, adesso sì si sente felice. Ma prima o poi tutti i nodi vengono al pettine, per tutti c'è una tempesta che viene a provare la solidità della felicità che uno si è costruito. Questa tempesta è caratterizzata da tre momenti; c'è un primo momento in cui il figlio scopre che i suoi soldi un po’ alla volta finiscono; deve quindi rendersi conto amaramente che tutti i suoi mezzi per costruirsi la sua felicità si sono ridotti a zero, non è tuttavia ridotta a zero la sua fame e sete di felicità; come soddisfare allora questa esigenza quando sono ormai finite tutte le sue sostanze?
Già a questo punto la sua situazione è critica, ma nel racconto c’è un particolare che contribuisce ad aggravarla di piú (e qui siamo al secondo momento): e qual’è? È la grande carestia che si abbatte su quel paese. Se non ci fosse stata questa grande carestia, il figlio avrebbe potuto sperare nell'aiuto di qualche amico, ma ora che tutti sono nelle strettezze anche questa possibilità gli è negata e la sua già precaria situazione si aggrava ancor di più.
Pensa allora che, dandosi da fare, potrebbe riuscire a risollevarsi, decide così di cercare lavoro. Quello che trova non è un gran che, anzi, per uno che era abituato alla bella vita pascolare i porci doveva essere particolarmente umiliante, ma il colmo della disgrazia e dell'umiliazione è che nonostante il suo impegno e la sua buona volontà non riesce a risolvere i suoi problemi, continua ad aver fame, e si rende drammaticamente conto che sta correndo il rischio di morire di fame. È a questo punto che gli è negato l'estremo tentativo di risolvere almeno parzialmente il suo problema, avrebbe infatti voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. È così che il terzo momento della tempesta conduce l'infelice figlio a toccare il fondo, a rendersi conto del disastro estremo a cui è giunta la sua esistenza.
Per riassumere potremmo dire che i tre momenti della tempesta hanno contribuito a far sorgere nel figlio una triplice consapevolezza: 1 - La consapevolezza di non avere in sè le risorse sufficienti per soddisfare la sua fame e sete di felicità. 2 - La consapevolezza di non poter contare sull'aiuto degli abitanti di quel lontano paese. 3 - La consapevolezza che, in quel lontano paese mai sarebbe riuscito a placare la sua fame nonostante la sua migliore buona volontà e i suoi sforzi più eroici.
A questo punto, messo alle strette dagli avvenimenti, ha davanti a sé 2 alternative: o far prevalere l’orgoglio (e quindi non riconoscere i suoi errori ed il suo fallimento e decidere di togliersi la vita; oppure far prevalere l'umiltà  (ritornando dal padre suo, riconoscendo i propri errori, pentirsi del male fatto ed ammettere di meritare una giusta punizione).

Verso la casa del Padre
Questa volta la scelta che fa è quella giusta: mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi servi. Inizia così il cammino di ritorno verso la casa del padre. Ma qual’è il motivo che lo spinge a tornare a casa? Non il pentimento, ma la necessità di sfuggire a una sicura morte per fame; poi, forse il pentimento e la necessità di riparare le offese fatte al padre. Dobbiamo però apprezzare la sua perseveranza, segno di una volontà ferma nella decisione presa. Come infatti aveva fermamente voluto realizzare il suo progetto di vita in quel paese lontano, così, altrettanto fermamente decide di tornare sui suoi passi senza lasciarsi scoraggiare dal lungo cammino o da eventuali tentazioni che gli suggeriscono di fermarsi a metà strada.
Possiamo immaginare che lungo la strada del ritorno abbia riflettuto a lungo sia sulle disgraziate esperienze passate che su ció che lo aspetta. Era partito pieno di belle speranze, sicuro di sè, convinto di sapere cosa bisognava fare per dare gusto e splendore alla sua vita, era partito rinunciando all'amore del padre suo e alla vita abbastanza tranquilla della casa paterna, convinto di riuscire a cavarsela da solo, ed ora doveva rendersi conto e ammettere che aveva sbagliato tutto, tutti i suoi sogni si erano dimostrati vani, tutti i suoi progetti erano stati ridotti in polvere; di tutto questo erano rimaste solo la miseria, il fallimento, l'umiliazione.
Ed ora tornava per consegnarsi alla giustizia di suo padre, cosa sarebbe successo? Cosa poteva sperare per il resto dei suoi giorni? Il padre suo, come l'avrebbe accolto dopo che lui aveva sperperato tutte le sue sostanze, ma soprattutto aveva rinunciato a Lui e al suo amore? Eh Sì! Avrebbe potuto ritenersi fortunato se suo padre si fosse dimostrato disposto a trattarlo almeno come uno dei suoi servi.

Nei pressi della casa del Padre
Nel frattempo, anche se sporco, dimagrito e stanco, coi vestiti stracciati e a brandelli, la sua perseveranza lo ha portato in vista della casa paterna.
Accadono a questo punto una serie di fatti sorprendenti che manderanno all’aria, ancora una volta, tutto ció che si era immaginato il povero ragazzo.
Ad un certo punto intravede qualcuno che corre verso di lui; dall’aspetto sembra addirittura suo padre; probabilmente pensa: sarà un servo che viene a dirmi: "tuo padre è molto arrabbiato con te, è bene che non ti presenti subito da lui".
Quando invece si accorge che chi gli corre incontro è proprio suo padre, gli vengono le palpitazioni al cuore e pensa tra sé: sicuramente viene a punirmi, a caricarmi di botte per tutti i dispiaceri che gli ho dato.
La sua sorpresa è invece grande quando vede che il padre gli si getta al collo e lo bacia.
Un simile comportamento proprio non se lo aspettava, e comincia a balbettare: Padre ho peccato contro il cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio, trattami almeno come un tuo servo; ma il padre non gli lascia finire la frase preparata da tempo e gli dice: io ti devo trattare da servo? Tu sei mio figlio e sarai trattato da figlio. Poi ordina: presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso e ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa.
A questo punto, sorpreso e travolto dall’amore del padre, entra in un profondo silenzio e, pieno di confusione, lascia fare. E mentre gli altri fanno incomincia finalmente a conoscere chi è veramente il padre suo, si rende conto cosa ha combinato e come abbia potuto far soffrire, pugnalare e quasi far morire suo padre; e il suo peccato gli appare ancora più grande; si vede ricoperto da una misericordia e da un perdono che non merita eppure questa misericordia e questo perdono lo stanno riempendo di gioia e di felicità,  in quel clima di festa che lui aveva cercato invano lontano dalla casa paterna.

La irrazionalitá della misericordia che si manifesta
C'è in tutto questo qualche cosa di sconvolgente, talmente sconvolgente che il figlio maggiore, di ritorno dai campi, ne rimane scandalizzato e protesta: non è giusto !!!. Non è giusto che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute sia trattato in questo modo. Non è giusto che io, che ti ho sempre servito fedelmente, non abbia avuto mai la possibilitá di far festa con i miei amici; se è per questo disgraziato che bisogna far festa, mi dispiace, ma io alla festa non ci vengo.
Siamo qui di fronte ad un qualcosa di irrazionale: quando l'amore misericordioso del padre si esprime e manifesta tutta la sua tenerezza, produce strani effetti: viene accolto dall'uno e respinto dall'altro; le manifestazioni d'amore sono pericolose, possono essere fonte di gioia e di consolazione o possono generare crisi di rifiuto.
E la cosa inconcepibile è che colui che aveva fatto la scelta giusta, che era rimasto nella casa del padre, che lo aveva servito per anni ed anni, lo ritroviamo alla fine con un cuore duro come la pietra, incapace entrare in sintonia con il cuore del padre e impossibilitato a prendere parte alla festa.
Vediamo realizzarsi in questa parabola la profezia del Signore: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21, 31). Con questa profezia e questa parabola, ma anche in altre circostanze, il Signore sembra proclamare il privilegio ed il vantaggio dei peccatori rispetto ai giusti. Come mai? In che cosa consiste questo privilegio? Cercheremo di rispondere a questo interrogativo nel prossimo incontro quando rifletteremo sui rapporti fra il padre ed il figlio maggiore.

IL PADRE MISERICORDIOSO E IL FIGLIO MAGGIORE
(seconda parte)

Al termine del precedente incontro avevamo lasciato in sospeso la domanda: in che cosa consiste il privilegio dei peccatori rispetto ai giusti? Per cercare un po' di luce proviamo a riflettere sulla vicenda del figlio maggiore.
Così come suo fratello, anche lui riceve un bel giorno la sua parte di eredità ma, a differenza di lui, decide di rimanere nella casa paterna. Perché ha preso questa decisione? Probabilmente, quella felicità che suo fratello sperava di trovare altrove, lui sperava di trovarla nella casa del padre. E non aveva tutti i torti, suo padre era ricco, aveva molti servi che lavoravano per lui, ed anche lui con il suo lavoro contribuiva ad aumentare questa ricchezza; oltre ad essere ricco, il padre era anche saggio, giusto e magnanimo, ai servi dava infatti pane in abbondanza, ed aveva diviso l'eredità fra lui e suo fratello senza aver fatto torto a nessuno. Continuando a vivere nella casa paterna avrebbe beneficiato di una solida situazione economica che lo avrebbe tenuto al riparo da eventuali momenti difficili o da attacchi di avversari invidiosi.
Fu così che, mentre suo fratello partiva per un paese lontano, lui decideva di ubbidire e servire nella casa paterna. Con il passare del tempo però, incomincia a rendersi conto che qualche cosa non sta andando secondo le sue previsioni, una certa insoddisfazione serpeggia nel suo cuore, il servizio e l'ubbidienza che rende al padre incominciano a pesargli, ma soprattutto, quello che più lo rattrista è che non riesce ad intravedere la possibilità di un momento di festa, sempre ubbidire e servire, servire e ubbidire, e la festa!? E la gioia!? Quando arrivano la festa e la gioia?
Lui veramente, una soluzione ce l'ha in mente: se solo suo padre gli desse di tanto in tanto un capretto per far festa con i suoi amici! Allora sì la sua vita avrebbe gusto. Ma suo padre da questo orecchio sembra non sentire, e il figlio maggiore ha un forte presentimento che non accoglierebbe volentieri la sua richiesta. Si rende allora conto di non comprendere bene i comportamenti e i disegni di suo padre, così, un certo timore ed una certa tensione incominciano a sorgere in lui. Ha l'impressione che suo padre sia troppo duro e ingiusto nei suoi confronti, giunge anche a pensare che sono più fortunati i suoi coetanei che hanno un padre meno austero (una religione piú comoda e un Dio meno severo!) e che forse aveva ragione suo fratello, almeno lui può far festa quando vuole.
La sua ubbidienza ed il suo servizio li compie allora sempre più di mala voglia, ciò che fa, lo fa per forza e per abitudine, sempre pensando alla festa con gli amici che gli è negata; così, il suo cuore tende ad indurirsi ed inaridirsi sempre più, anche se esteriormente non gli si può rimproverare nulla.

La grande ingiustizia
Il suo animo si trova più o meno in questo stato quando un giorno, di ritorno dal suo lavoro quotidiano, sente che in casa ci sono musica e danze. Quando gli dicono che è stata preparata una festa per il ritorno di suo fratello, il suo cuore incomincia a ribollire, si sente vittima di un'enorme ingiustizia e non vuole assolutamente entrare in casa.
In questa occasione, il padre manifesta nuovamente la sua grande saggezza e bontà, esce infatti non per rimproverare la durezza di cuore di suo figlio, ma per pregarlo di entrare a prendere parte anche lui alla festa. Il figlio però, risponde alla sua bontà dando libero sfogo alla sua rabbia, ai suoi risentimenti e alla sua contrarietà per il trattamento ingiusto che viene riservato al fratello. Secondo il suo parere infatti, se c'era qualcuno che meritava una festa questo era lui, suo fratello meritava invece di essere trattato duramente; mentre invece la cosa incomprensibile era che lui si sentiva trattato duramente, mentre a suo fratello veniva riservata ogni benevolenza.

Domande imbarazzanti
E noi che pensiamo?
Penso sia un errore schierarsi troppo presto dalla parte del fratello minore e del padre, senza prima cercare di affrontare i problemi che i rapporti fra il padre ed il primogenito sollevano. Perché quest'ultimo non dovrebbe arrabbiarsi? Perché suo padre non gli ha dato mai un capretto per far festa con i suoi amici? Che cosa pretendeva o che cosa si aspettava da lui?
Se ogni tanto gli avesse dato un capretto, i loro rapporti non sarebbero stati migliori?
Se ha sbagliato, quando è avvenuto il suo errore?
In che cosa è consistito?
Poteva evitare di cadervi?
Quale è in realtà il progetto del padre?
Proviamo ad avventurarci nella ricerca di qualche risposta iniziando a riflettere sul momento critico in cui il figlio si rende conto che le cose non stanno andando secondo le sue aspettative.
Le sue aspettative erano che il padre, considerando la sua ubbidienza ed il suo servizio, gli avrebbe concesso prima o poi un momento di festa con i suoi amici, ora questo non stava avvenendo, di qui il suo disagio e l'incrinatura dei rapporti con il padre. Conviene anche considerare che a questo punto la sua situazione è simile a quella di suo fratello nel paese lontano durante la carestia. Anche lui infatti, nonostante la sua eredità, nonostante l'ambiente favorevole in cui vive, nonostante il suo impegno, non riesce a risolvere il suo problema, non riesce ad ottenere quella festa a cui il suo cuore aspira, così, come suo fratello, si ritrova a soffrire la fame e la sete, fame e sete di felicità e di gioia. Ed anche per lui l'orgoglio e l'umiltà sono lì a suggerire come dovrà gestire il momento critico in cui è venuto a trovarsi.

Che avrebbe dovuto fare?
Visto che le sue idee e le sue aspettative non coincidevano con la realtà, rendendosi conto che nonostante il suo impegno non riusciva ad intravedere vie d'uscita, la cosa più semplice che gli rimaneva da fare era di riconoscere umilmente la sua impotenza, andare da suo padre, parlargli del suo problema ed accogliere le sue direttive. Evidentemente l'orgoglio gli ha impedito di adottare questa soluzione, ha preferito rimanere attaccato alle sue idee, gli costava troppo mettere in discussione le sue vedute, ed ammettere di non capirci più niente. Preferiva accusare segretamente il padre di durezza e di ingiustizia, magari pensando di essere se stesso più giusto e più saggio del Padre. Vediamo così che il primogenito, pur vivendo nella casa del padre, aveva in realtà il cuore molto lontano da lui, mentre suo fratello, pur essendo fisicamente lontano, pur avendo sbagliato tutto, aveva saputo trovare la strada che lo aveva infine condotto fra le braccia del padre.

Il privilegio dei peccatori
Potremmo a questo punto tentare una risposta alla domanda sul privilegio e sul vantaggio dei peccatori rispetto ai giusti. Conviene intanto fare questa osservazione: sia il percorso di un giusto, sia quello di un peccatore comportano dei vantaggi e dei pericoli; il più grave pericolo a cui va incontro un peccatore è la disperazione, quello a cui va incontro un giusto è l'orgoglio, sia la disperazione che l'orgoglio impediscono di ricorrere con fiducia alla comprensione, alla saggezza e all’amore del Padre.
Abbiamo anche notato come entrambe le vie giungano prima o poi ad un punto morto, alla presa di coscienza di un fallimento o di un'impotenza. Ora, il vantaggio del peccatore è che il suo fallimento, riducendo in frantumi i suoi progetti e le sue illusioni, riduce anche in frantumi il suo orgoglio, l'umiltà trova così un terreno migliore per germogliare e orientare il suo cuore verso ad affidare il proprio fallimento e la propria miseria nelle mani esperte del padre.
Ora, se il peccatore saprà sfruttare questo vantaggio, giungerà a beneficiare di un enorme privilegio, il privilegio di essere perdonato dal cuore misericordioso del padre; gli sarà dato un amore più grande proprio a causa del molto che gli verrà perdonato.

L'impossibile dialogo
Potremmo a questo punto domandarci qual era l'atteggiamento del padre verso il suo primogenito; perché ad esempio, vedendolo in difficoltà non gli ha offerto i suoi consigli o non ha cercato di dialogare?
Penso che lo avrebbe fatto senz'altro se solo lo avesse potuto; per dialogare infatti bisogna trovare un cuore disposto al dialogo, allo stesso modo per dare consigli bisogna trovare un cuore disposto ad accoglierli. Ora, queste disposizioni erano venute meno a causa dell'orgoglio che ad un certo punto avevano preso il sopravvento nel figlio maggiore.
Per comprendere un po’ la cosa potremmo pensare a certe persone che, pur invitate ed incoraggiate a fare certe cose, a fare il bene, ad impegnarsi nella liturgia e nel canto o nella Comunitá, si chiudono in se stesse, rimangono attaccate alle loro timidezze, alle loro paure, ai loro pensieri. Allora, un cuore che ama veramente non potrà che rispettare la loro libertà e rimanere in attesa di tempi migliori. Potremmo ancora pensare a certe persone che sbagliano in modo manifesto su molti punti; queste persone sono tuttavia così sicure di sè, così convinte di sapere come bisogna comportarsi in tutti i campi e in tutte le circostanze, sono inoltre così pronte ad offendersi e a risentirsi che è praticamente impossibile parlare con loro e suggerire qualsiasi consiglio, soprattutto se questi consigli tendono a mettere in discussione i loro punti di vista a cui sono attaccati.
Così, al padre non rimaneva che aspettare. Il fatto, peró era che piú tempo passava piú il cuore del figlio maggiore si induriva e meno lui poteva intervenire. Chi o che cosa poteva tentare di rompere questa situazione? Bisognava aspettare qualche circostanza sconvolgente. Ed ecco che il ritorno del fratello viene a scombussolare tutto.

La misericordia e la durezza si affrontano in campo aperto
Questo ritorno è l'occasione in cui si manifestano chiaramente la durezza di cuore del primogenito da una parte e la misericordia del padre dall'altra. Tutto accade come se fosse giunto il giorno della resa dei conti, il giorno in cui durezza e misericordia dovevano affrontarsi in campo aperto per la battaglia decisiva.
Vediamo dunque una prima manifestazione della misericordia del padre nel momento in cui il secondogenito, di ritorno col suo carico di umiliazione, di sofferenza e di fallimento, viene accolto con benevolenza; questo scatena però l'ira e l'indignazione del primogenito che si indurisce rifiutandosi di entrare in casa; questo dá tuttavia luogo a una seconda manifestazione della misericordia del padre il quale compie un gesto di estrema umiltà e benevolenza, esce infatti incontro al primogenito non per rimproverarlo, ma per mendicare da lui sentimenti di bontà e di comprensione verso suo fratello.
Lui però non si lascia commuovere per così poco e risponde esprimendo, con durezza, tutta la sua rabbia e la sua disapprovazione.
Incomincia esponendo la sua fedeltà e i suoi meriti: ecco che io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, passa poi a rimproverare il padre per la sua severità e ingiustizia: tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici; questa ingiustizia è secondo lui ancor più grave considerando il trattamento che è stato riservato a suo fratello. Fratello da cui vuole prendere le distanze e di cui si preoccupa di sottolineare aspramente le mancanze dicendo: ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso.
E ancora una volta, sorprendentemente, a questa durezza la misericordia del padre non risponde con la durezza ma con una bontà ancor maggiore; non rimprovera infatti quest'uomo dal cuore indurito ma lo chiama teneramente figlio (altre traduzioni hanno figlio mio) .
Tenta poi di richiamargli alla mente due aspetti su cui aveva poco riflettuto, prosegue infatti dicendo: tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo, come a ricordargli un grandissimo privilegio e un grandissimo vantaggio, privilegio e vantaggio di cui lui non si rende bene conto e non sa apprezzare. Infatti, quale privilegio e quale vantaggio se non ha avuto mai nemmeno un capretto per far festa con gli amici, eppure quel capretto avrebbe dato gusto alla sua vita, perché gli è stato negato? O ancora, quale privilegio essere stato sempre con il padre se questo ha significato per lui solo servizio e ubbidienza?

Ingiustizia o privilegio?
Ora, è possibile scorgere in questo stato di cose i segni di una durezza e di un'ingiustizia odiosi, come aveva fatto il primogenito, oppure scorgervi i segni di un grande privilegio come ci suggerisce la risposta del padre: basta fidarsi del Padre, avere pazienta e saper aspettare, sicuri che a suo tempo ogni cosa andrà al suo posto, ogni oscurità sarà chiarita, ogni debito sarà saldato ed il padre darà a tutti molto più di quanto ognuno avrà saputo aspettarsi e desiderare.
Se non viene concesso il capretto per far festa con gli amici, è perché il padre vuole educare:
1) a desiderare un'altra festa, una festa in cui si godrà una pienezza ed una gioia che uno non riuscirebbe mai a desiderare se si fermasse a desiderare una festa e una gioia di minor valore e passeggera.
2) a capire che una festa in cui non sia presente anche il padre non può essere una vera festa e non può che lasciare l'amaro in bocca, ora, proprio questo errore stava compiendo il primogenito desiderando una festa in cui c'erano sì gli amici, ma non era invitato il padre suo.
3) a capire che ciò che il padre ha in mente è proprio la preparazione di una festa, una festa meravigliosa, la festa dell'amore. Se il padre ritarda il momento della felicitá e della festa lasciando il figlio a faticare nel suo servizio, è perché vuole riservargli un onore maggiore e una felicità più grande..
4) a capire cosa è un vero rapporto d’amore. Un aspetto essenziale in un rapporto d'amore è questo: se da un lato colui che ama vuole esprimere alla persona amata quanto è grande il suo amore, dall'altro ha anche la necessità di provare quanto sia grande anche l'amore della persona amata; e questo non può avvenire senza che ci sia un tempo in cui la persona amata sia lasciata in situazione di difficoltà, di fatica e di tentazione. Infatti, se la persona amata non incontrasse nessuna difficoltà, nessuna contrarietà, nessuna incertezza, ma godesse sempre di ogni consolazione e di ogni favore, non si potrebbe sapere quanto vale effettivamente il suo amore, e così non sarebbe possibile premiarla con il dono di un amore ancora più intimo, piú grande, piú profondo e più forte.
Ma c’è anche una seconda parte, nella risposta del padre, da analizzare.
In questa seconda parte della risposta, il padre vuole richiamare alla mente del primogenito il fatto che lui non è l'unico figlio, ma ha anche un fratello nei confronti del quale dovrebbe avere sentimenti di amore e di comprensione. Il fatto poi che suo fratello abbia sbagliato, non lo libera dal dovere di continuare ad amarlo, quando poi lo vede tornare sui suoi passi pentito, tutti dovrebbero rallegrarsi e far festa per l'eccezionalità del fatto.
Ma la durezza di cuore a cui è ormai giunto il primogenito non gli consente di entrare in sintonia con il cuore del padre e di prendere parte alla festa d'amore che è appena stata preparata; così, a forza di pensare alla festa con gli amici, appena la vera festa arriva si trova impossibilitato a parteciparvi.
Inoltre mentre il padre soffriva e si preoccupava ogni giorno per la sorte di un figlio continuamente in pericolo di morte, lui pensava a far festa con gli amici. Invece avrebbe dimostrato di avere un cuore molto più nobile se avesse manifestato preoccupazione per la sorte del fratello condividendo almeno un po’ le ansie ed il dolore del padre suo.
Avrebbe potuto anche pensare:  se il padre si dimostra così buono e comprensivo nei confronti di questo figlio che ha sbagliato a lungo, lontano da lui, non lo sarà altrettanto buono e comprensivo con me che non ho mai abbandonato la sua casa?
Ecco cosa il padre si aspettava dal figlio dopo i molti anni trascorsi insieme, si aspettava che fosse maturata in lui la ferma convinzione che lui, padre, non era ingiusto, e se trattava così il figlio che gli aveva dato solo preoccupazioni, cosa non avrebbe fatto per chi lo aveva sempre servito?

Poteva il primogenito evitare di indurirsi?
Certamente: avrebbe senz'altro potuto, se avesse deciso di avere confidenza nel padre e anche pazienza, anziché coltivare sentimenti di contestazione, di diffidenza e di rabbia.
In che modo avrebbe potuto fare la scelta giusta? Usando la sua ragione da una parte e osservando il comportamento del padre suo dall'altra.
Ora, se suo padre era uno che in casa aveva voluto una certa disciplina, se aveva deciso che tutti dovessero lavorare, era però anche intelligente, giusto, generoso e buono; se non fosse stato intelligente la sua casa sarebbe andata in rovina, invece lui poteva constatare che si stava arricchendo sempre più; se non fosse stato giusto non avrebbe diviso con giustizia i beni fra lui e suo fratello; se non fosse stato giusto e magnanimo non avrebbe dato pane in abbondanza ai suoi servi; ma soprattutto il padre era buono, egli vedeva che ogni giorni il padre si preoccupava per il figlio lontano, egli vedeva che ogni giorno il padre saliva sul terrazzo per  guardare in lontananza nella speranza di scorgere il ritorno del fratello; questo voleva dirfe che nonostante tutto gli voleva ancora bene, gli importava di lui, non lo dimenticava e desiderava rivederlo.
Ora, se suo padre amava così suo fratello, non c'era ragione perché non amasse altrettanto anche lui.
Ma a lui toccava servire e ubbidire; se avesse ragionato un po’, avrebbe capito che non avrebbe passato tutta la vita a servire e ad ubbidire; avrebbe capito che non avrebbe passato tutta la vita a d accumulare ricchezza; se avesse ragionato un po’ avrebbe previsto che sarebbe arrivato un giorno in cui avrebbe finito di faticare ed avrebbe incominciato a godere insieme al padre di tutti i beni accumulati nel tempo.
Da queste considerazioni possiamo ricavare che si corre un gran pericolo quando troppo in fretta si crede di aver capito come stanno le cose di Dio; infatti, dietro le apparenze, sempre si nascondono un progetto ed una bellezza a cui si può arrivare solo riflettendo, fidandosi e perseverando ricerca della verità. In questa ricerca ci è di esempio e di incoraggiamento Maria, la Madre di Gesú, la quale si è trovata più volte a non capire certi comportamenti e certe parole di Gesù, tuttavia conservava tutte queste cose,  meditandole nel suo cuore (Lc 2, 19; 51), aspettando poi il giorno in cui tutto si sarebbe chiarificato.
La parabola termina lasciandoci incerti su come finisce la battaglia fra la misericordia del padre e la durezza di cuore del primogenito. Può essere questo un invito a riflettere sul fatto che la salvezza, l'ingresso alla festa eterna, non è qualche cosa di automaticamente concesso a tutti, ma dipende dalla risposta che ognuno darà ad una misericordia che esce in campo aperto e si manifesta. Non sappiamo la risposta che ha dato il primogenito. Potrebbe anche aver detto: a queste condizioni io non ci sto, questa volta sono io che prendo quanto mi è dovuto e me ne vado, condannandosi così ad una infelicità senza rimedio. Oppure potrebbe aver infine ceduto alla bontà del padre rinunciando alle sue idee ed alle sue esigenze di giustizia, per rivestirsi anche lui di amore.  Alla festa dell'amore non si può entrare se non si ha un cuore capace di amare.

IL PADRE MISERICORDIOSO E NOI
(terza parte)

Giunti a questo punto rimane il compito di andare in cerca dei paragoni fra la nostra storia e quella che il Signore ci ha raccontato.
1) Potremmo intanto cominciare a dire che ognuno di noi, per il fatto di esistere, è coinvolto in qualche modo in un rapporto d'amore con il Padre che ci ha creati.
2) Ognuno di noi aspira inoltre alla gioia, alla festa, ad una vita più piena e più intensa.
3) Il Padre però, non ci dá questi beni sin dall'inizio, ma vuole che siano il frutto di una nostra conquista. A questo fine concede ad ognuno un certo “patrimonio” e un certo numero di capacitá, lasciandoci poi liberi di utilizzarli nel modo che riteniamo più opportuno.
Questo patrimonio è costituito
1) innanzitutto dal dono dell'esistenza,
2) dal dono dell'intelligenza,
3) dal dono della libertà, da una certa capacità di distinguere il bene dal male,
4) dal dono della volontá
5) dal tempo in cui ci è concesso di vivere per esercitare queste facoltà
6) da un certo sentimento dell'esistenza di Dio e della sua maestà.
Con questi beni a disposizione ognuno ha poi la possibilità di scegliere due possibili strade:
1) o impiegare i doni ricevuti servendo Dio, cioè costruire la sua vita secondo i suoi comandamenti e la sua volontá, confidando di ricevere a suo tempo una giusta ricompensa,
2) oppure decidere di liberarsi completamente dal suo servizio per tentare di costruire da solo la propria vita e la propria felicità.
Quanti scelgono questa seconda via assomigliano al figlio più giovane della parabola ed andranno incontro alle sue stesse disavventure.
Tra i motivi che avevano spinto il figlio piú giovane ad abbandonare la casa paterna ne avevamo individuato principalmente due:
1) un certo disagio ed una certa insofferenza verso un comportamento di servizio e di ubbidienza che c’era nella casa del padre,
2) e le affascinanti prospettive che il mondo esterno offriva.
Allo stesso modo, succede a molti: essi rispettano per un certo tempo la volontà e le leggi di Dio, tuttavia essi non sono molto convinti, magari condizionati dell'ambiente che li circonda. Può quindi accadere che col tempo incomincino a manifestarsi sentimenti di svogliatezza e di insofferenza insieme a d una voglia di liberarsi appena possibile dal peso religioso, rappresentato dalle regole, dai divieti, dai riti, dalle ricorrenze, dagli obblighi verso gli uni e verso gli altri.
L'altro fattore che contribuisce a far maturare la decisione di abbandonare Dio e la sua legge, è la bellezza, la vitalità e i piaceri che la vita mondana sembra promettere.
Così, la prospettiva di gestire il tempo a proprio piacimento, di liberarsi dagli obblighi e dai divieti per concedersi ogni piacere, ogni divertimento ed ogni esperienza, esercita una forte pressione e si finisce per abbandonare ogni pratica religiosa.
Il fatto che a partire sia proprio il figlio più giovane rispecchia bene quanto ognuno può constatare, ossia che l'abbandono della pratica religiosa si verifica per molti proprio nel periodo della giovinezza.
Questo abbandono è in parte colpevole e in parte no.
Il giovane non è colpevole in quanto alla sua etá  si ha poca esperienza della vita, si è molto instabili, ci si lascia facilmente abbagliare dalle false luci, non si riescono a calcolare bene tutte le conseguenze delle proprie decisioni, non si conoscono profondamente le proprie forze e le proprie debolezze, si crede troppo presto di aver capito tutto...
Il giovane, invece, ha la sua parte di colpevolezza in quanto rifiuta di ascoltare e di seguire i consigli di chi è piú maturo ed adulto; segue, senza ragionarci molto, i richiami di coloro che vivono come se Dio non ci fosse; pur conoscendo poco sia Dio, la Bibbia e il progetto di Dio sull’umanitá, non fa niente per approfondire la conoscenza sia dell'uno che dell'altro.
Se la pratica religiosa sembra noiosa, repressiva, limitativa della libertà, perché non parlarne, informarsi e cercare di sentire e capire anche i punti di vista di Dio?
Non si fa questo, perché c’è proprio la volontà di tagliare ogni rapporto con Dio che ci ha dato tutto e non ci chiede che di aver fiducia in Lui.

L'infinito rispetto per la libertà dell'uomo
La parabola mostra poi come Dio rispetti infinitamente la libertà dell'uomo; non si oppone infatti alla decisione del figlio di partire per un paese lontano, questo perché un cuore che ama vuole assolutamente rispettare la libertà della persona amata, è in questo rispetto infatti, la grandezza e la bellezza di ogni autentico rapporto d'amore.
Noi che non sappiamo amare invece, abbiamo una forte tendenza ad imporre o ad esercitare forti pressioni per far accettare le nostre idee o per reclamare le nostre esigenze.
Certo, rispettare la libertà dell'altro vuol dire anche rischiare che l’altro vada contro i nostri interessi e desideri; vuol dire accettare anche il  rifiuto, l'incomprensione e le relative sofferenze; ma è un prezzo che dobbiamo accettare di pagare costruire dei rapporti d'amore autentici e belli, gli unici che possono saziare e rallegrare il nostro cuore. A che serve un amore imposto? Serve solo a far sí che l’altro ci ama passivamente, di malavoglia. E che gusto c’è in questo tipo di amore?

Nel paese della libertà
Il figlio dunque, esercitando il suo diritto di uomo libero, parte per un paese lontano e, come abbiamo osservato, più si allontana, più sembra respirare liberamente, più la sua vita sembra allargarsi e fiorire.
Le cose vanno un po’ diversamente nel cuore del Padre, e i padri e le madri possono sperimentarlo quando vedono i loro giovani figli allontanarsi da loro, evitarli, scansarli, fare di testa propria: cominciano a preoccuparsi, prevedendo le disavventure e i guai a cui andranno incontro.
In un primo tempo però, quanti abbandonano Dio non incontrano affatto sofferenze, anzi, sembra che tutto proceda per il verso giusto, fanno quello che vogliono, hanno le relazioni che vogliono, si concedono i divertimenti e le
esperienze più eccitanti, vivono al passo con i tempi, liberi, senza complessi, senza scrupoli; se poi sopraggiungono difficoltà od inconvenienti, lasciando da parte gli scrupoli riescono sempre a trovare un modo per aggiustare le cose.
Ma la parabola e l'esperienza insegnano che prima o poi tutti i nodi vengono al pettine, prima o poi bisogna fare i conti con la realtà, ossia con i misteri nascosti nella vita e nella realtá; il più delle volte infatti, la vita e la realtà non è come ce la immaginiamo noi.

Il tempo della crisi
Ed ecco che ad un certo punto le cose cambiano e si entra in un tempo di crisi e di carestia. La prima sorpresa di questa crisi è scoprire di aver speso tutto e di non avere più risorse; si è provato tutto e non si sa più che esperienza fare per dare gusto e senso alla propria vita; ed anche se si possiedono tutti i beni di questo mondo l'anima si ritrova depressa ed infelice. La seconda sorpresa è poi questa: pur essendo esaurite le risorse, non si è tuttavia esaurito il desiderio, il desiderio di felicità e di senso per la propria vita.
È a questo punto che si incomincia ad soffrire la fame e la sete, fame e sete per qualche cosa di nuovo e di diverso a cui non si sa dare un nome, fame e sete per una felicità a lungo inseguita ma mai raggiunta. Il Signore dice inoltre che in quel paese venne una grande carestia, che è come dire: la fame e la sete facevano soffrire tutti gli abitanti di quel lontano paese. Nonostante le apparenze infatti, lontani da Dio, tutti si ritrovano prima o poi a soffrire il disagio per il vuoto della propria esistenza e per la mancanza di vere soddisfazioni e gioie,  che è possibile trovare solo nella casa di Dio.
Può tuttavia accadere che non sapendo più dove sbattere la testa, si cerchi comunque aiuto presso qualche abitante di quella regione. Il risultato è però piuttosto umiliante e deludente, la soluzione che viene proposta è infatti quella di chi ti dice: se vuoi toglierti la fame, vai a pascolare i porci. Coloro che vivono lontano da Dio, infatti, non vedono soluzioni se non nella parte fisica, materiale o animale dell'uomo, perciò quello che riescono a proporre non è il massimo della nobiltà e dell'eleganza, non è una vera soluzione, non riesce a risolvere un gran che; ed il figlio, nonostante i suoi sforzi, continua ad aver fame.
È questa la situazione di molti che, essendo caduti per vari motivi in una crisi profonda e trovandosi in gravi necessità, vagano di qua e di là in cerca di qualcuno che li aiuti, senza però trovare chi riesca a risolvere veramente il loro problema. Così c'è chi va in cerca di maghi o imbroglioni vari; c’è chi si affida a uno specialista famoso, poi lo cambia e prova con un altro, poi prova con una terapia di gruppo e così via. Altri si affidano ai consigli di amici e conoscenti tra i quali c'è sempre chi sa consigliare una bella vacanza, un bel viaggio, o magari di mangiare di più, di divertirsi di più, o di non prendersela tanto, in fondo, non bisogna pretendere troppo dalla vita.
Tutti questi tentativi, o altri simili, hanno qualcosa in comune, quella di tentare di risolvere con mezzi naturali o umani un problema la cui soluzione è di ordine soprannaturale. Ci si può intestardire fin che si vuole, ciò che Dio solo può risolvere non lo possono risolvere gli uomini.
Forse proprio questo aspetto vuole sottolineare la parabola quando dice che il figlio avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava, e di conseguenza la fame rimaneva. Da certe situazioni infatti, per quanto ci si dia da fare, nonostante gli sforzi più grandi, con le sole risorse umane non c'è verso di uscire.
Quanto detto vale anche per coloro che, trovandosi in gravi difficoltà e necessità, sono tentati di risolvere i loro problemi ricorrendo a mezzi decisamente illeciti come il ricorso ad imbrogli, furti, associazioni criminali, guaritori, maghi, cartomanti...Se decidono cosí, cadranno dalla padella nella brace con il rischio di compromettere irrimediabilmente la loro situazione.

La crisi come occasione favorevole
La parabola mostra però come da una situazione di disagio estremo e di fallimento totale sia possibile iniziare un diverso e migliore cammino. Il figlio infatti rientrò in se stesso e disse: quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza... Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò:... ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Questo ci dice come le situazioni più disperate e senza vie di uscita, possano costituire un'occasione favorevole per mettere giudizio; esso consiste nella decisione di voler riallacciare i rapporti con Dio.
Succede spesso infatti che proprio quando si tocca il fondo, quando uno non ce la fa più, quando si tocca con mano l’insufficienza e l’inefficacia di ogni soluzione umana, si faccia strada la decisione di chiedere in modo esplicito l'aiuto di Dio, e chiedere questo aiuto è già iniziare il cammino di ritorno verso la casa del Padre che si era abbandonata.
Questa decisione è poi anche favorita dal confronto fra l'infelice situazione in cui uno si trova e i salariati della casa del padre i quali hanno pane in abbondanza. Questi salariati sono i cristiani gioiosi e felici che vivono secondo la volontá di Dio.
Deciso dunque a ritornare dal Padre per sfuggire ad una sicura morte per fame, nel figlio si fa anche strada la consapevolezza di aver peccato contro il Cielo e contro di lui, ossia di aver ferito con i suoi comportamenti il cuore del Padre che lo amava ed è per questo disposto a subire una severa punizione, ossia di venir trattato non più come figlio ma come servo.

Le conseguenze dolorose del peccato
L'espressione usata dal figlio: ho peccato contro il Cielo e contro di te, ci invita a riflettere sulle ripercussioni del peccato nei confronti di Dio e nei confronti dei fratelli.
Quando noi non diamo a Dio il culto, l'onore, l'adorazione che gli sono dovuti, quando non pensiamo a Lui con affetto, quando non cerchiamo di crescere nella sua conoscenza e nel suo amore, quando non gli rendiamo grazie e, peggio ancora, quando gli voltiamo le spalle, dovrebbe essere abbastanza chiaro che lo offendiamo nel suo amore, ossia che pecchiamo contro di Lui; ma pecchiamo sempre contro di Lui anche quando manchiamo di carità verso qualsiasi nostro fratello, perché il dovere di amare gli altri è un comandamento di Dio e, quindi, se lo trascuriamo e ce lo mettiamo sotto i piedi ci mettiamo in aperto contrasto con la sua volontà; ma soprattutto perché quel padre, quella sorella, quell'amico, quello sconosciuto che noi offendiamo, sono infinitamente amati da Dio e l'offesa fatta ad uno qualsiasi dei suoi figli ha una ripercussione dolorosa anche nel suo cuore. È come quando una madre vede suo figlio subire una qualunque offesa, il suo cuore non può non partecipare alla sua pena e non puó non sentirsi offesa.
L'ultima parte del proposito del figlio manifesta la sua disponibilità a subire un giusto castigo in riparazione alle offese recate a Dio e al padre suo. Ogni autentica conversione ed ogni autentico pentimento devono essere infatti caratterizzati dal desiderio di rimediare in qualche modo al male che si è fatto agli altri con i propri comportamenti, se mancasse questo desiderio sarebbe segno che non c'è nessun pentimento o che il pentimento non è autentico, e quindi non ci potrebbero essere né perdono,  né vera riconciliazione.

L'esperienza della misericordia
Ecco allora la sorprendente esperienza che attende coloro che, carichi del loro fallimento, della loro impotenza e del loro peccato, giungono infine nei pressi della casa del Padre.
Li attende l'esperienza di una dolcezza, di una misericordia e di un perdono al di la di ogni loro aspettativa; il Padre infatti gli si gettò al collo e lo baciò. È questo un invito a non scoraggiarci se Dio non risponde subito alla nostra richiesta di aiuto.
Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa.
Ma perché tanta festa? Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. Tanto serio e tanto grave è il pericolo a cui va incontro chi si allontana da Dio, il pericolo di una morte. E per Dio, la vera morte è la perdizione eterna. Allora, quando come per miracolo uno sfugge ad un simile pericolo, come non rallegrarsi, come non far festa?
L'amore del Padre che si sperimenta è poi tanto grande e tanto sorprendente che uno stenta quasi a credere di essere oggetto di tanta benevolenza; come è possibile che questo capiti ad un peccatore come me? A uno che ha sbagliato tutto, a uno che non sa più dove sbattere la testa, a uno che si rende conto di aver fatto soffrire gli altri, a uno che per tanto tempo e per tante volte ha trasgredito i comandamenti di Dio? Allora non rimane che abbandonarsi stupiti e riconoscenti alle iniziative del Padre.

Processo di rinnovamento
Queste iniziative sono fatte per rimettere a nuovo il figlio perduto, rendendolo degno di presentarsi onorevolmente alla festa che si sta preparando per lui.
La prima fase di questo rinnovamento consiste nell'essere rivestiti con il vestito nuovo, ma per far questo è ovvio che prima bisogna lasciarsi togliere il vestito vecchio, poi venir lavati, rivestiti e quindi profumati. Che significa?
Quando ci si allontana da Dio e si vive a lungo in un paese straniero, succede che a poco a poco uno aderisca ai modi di pensare e di agire degli abitanti di quel paese, così, come l'abito riveste il proprio corpo e vi aderisce, allo stesso modo i pensieri ed i comportamenti di coloro che vivono senza Dio rivestono ed
impregnano intimamente quanti hanno deciso di vivere in mezzo a loro. Per poter entrare nella casa del Padre, è però evidente che bisogna venir rivestiti con un altro abito, bisogna cioè aderire ai pensieri di Dio.
La prima cosa da fare è dunque quella di spogliarsi dell'abito vecchio e logoro acquistato in terra straniera; questo equivale a rinnegare la mentalità del mondo, i suoi modi di giudicare, di agire, la sua scala di valori; conviene però notare che questa operazione è compiuta mediante la collaborazione dei servi, dice infatti il Padre: portate qui il vestito più bello e rivestitelo. Questo vuol dire che non è possibile spogliarsi della mentalità del mondo da soli, ma a questo scopo è indispensabile l'aiuto dei servi, ossia dei cristiani i quali, con il loro esempio, con la loro parola e con le loro preghiere, aiutano chi ritorna a Dio ad abbandonare i pensieri, i comportamenti e le abitudini incompatibili con i pensieri ed i modi di Dio, ossia con le esigenze dell'amore.
Proviamo a fare qualche esempio. Quando uno decide di non vivere più come se Dio non ci fosse, è come se si spogliasse di un abito vecchio, e la cosa, anche per l'aiuto dei fratelli, può essere considerata relativamente facile, ma quando si tratta di rinunciare alla propria volontà o a considerare il proprio io al centro del mondo, quando si tratta di rinunciare alla superbia, all'invidia, a certi punti di vista ai quali si è molto legati, alla malevolenza o all'antipatia verso persone che stanno particolarmente sui nervi, la cosa diventa un pochino più difficile, proprio perché queste impurità aderiscono in modo più intimo alla nostra anima: per questo bisogna lavarsi e profumarsi.
Quando poi chi ritorna a Dio incomincia a mettere in pratica i comandamenti fondamentali dell'amore di Dio e dell'amore del prossimo, è come se si rivestisse di un abito nuovo, dell'abito che gli consentirà di non sfigurare nella casa del Padre dove l’unica legge è quella dell’amore e dove non può entrare chi non sa muoversi in armonia con le esigenze dell’amore.
Il profumo poi è la figura di ogni atto virtuoso o di ogni atto di bontà nel momento in cui diffonde sollievo e consolazione in mezzo ai fratelli. A questo proposito San Paolo si rallegra che i cristiani, partecipando al trionfo di Cristo, diffondono il profumo della sua conoscenza nel mondo intero (2Cor 2,14).
Dopo il vestito, al figlio viene infilato l'anello. Gli viene cioè restituita la dignità di figlio che aveva perduta quando si era allontanato dalla casa del Padre e vivendo come un orfano in un paese straniero. Ma l'anello è anche il segno dell'amore con il quale il padre vuole legare indissolubilmente a sé suo figlio, e questo anello glielo può dare proprio perché ha accettato di rivestirsi dell'abito dell’amore.
L'ultimo atto del rinnovamento consiste nell'indossare un paio di sandali nuovi. Un possibile significato  potrebbe essere questo: come abbiamo visto, lontano dalla casa del Padre, il figlio si era trovato ad un certo punto a non saper più dove sbattere la testa, a non avere più prospettive, la sua vita non aveva più alcuna meta, ed è come se non avesse più saputo dove dirigere i suoi passi; ora, i sandali nuovi è come se mettessero di nuovo il figlio in grado di camminare speditamente, il Padre cioè apre al figlio una nuova prospettiva, gli indica nuovamente una meta verso la quale dirigere i suoi passi e, donandogli i sandali, gli fornisce anche i mezzi per raggiungerla.
Questa meta è poi la festa con la musica e le danze che si sta preparando nella casa del padre, festa in cui si mangerà il vitello grasso e tutti sono invitati a gioire e rallegrarsi. La festa sta ad indicare quella pienezza di vita e di felicità che il figlio aveva a lungo cercato ma che mai era riuscito a trovare, ed ora scopre che avrebbe dovuto cercare questi beni proprio in quella casa da cui aveva voluto allontanarsi.
Così, a tutti coloro che ritornano a Dio è dato sapere dov'è il luogo della gioia e della festa, la loro vita non è più senza scopo e senza senso, con l'aiuto e la compagnia dei fratelli possono ormai camminare verso quella casa dove sanno di trovare un giorno la loro beatitudine eterna.

 



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