Corso biblico 2013 - 2014: Le parabole della misericordia 1a parte

LE 3 PARABOLE
DELLA MISERICORDIA

1) LA PECORA SMARRITA
2) LA MONETA PERDUTA E RITROVATA
3)  IL PADRE MISERICORDIOSO (o IL FIGLIO PRODIGO)

****************************************************

Premessa
• Esse hanno in comune:
1. la sollecitudine per qualcuno o qualcosa che si è perso
2. la gioia del ritrovamento
• 3 ritratti: un pastore, una donna, un padre
• Perché racconta queste parabole:
1. Per rispondere alle critiche dei farisei che lo giudicano troppo misericordioso verso i peccatori e le prostitute
2. Per far capire a loro che ogni persona umana è preziosa agli occhi del Padre
• Applicazione da parte di Luca e di Matteo alle loro Comunitá cristiane: l’intolleranza non è accettabile nella Chiesa!

Prima Parabola:
LA PECORA SMARRITA (Luca 15, 1-7):

Introduzione:
è rivolta agli scribi e ai farisei, nemici di Gesú che lo criticavano continuamente.
1) Gli esattori delle tasse…: poveri spiritualmente (non se ne stanno in disparte come certe persone di oggi quando si parla di Dio o di religione, ma…) si avvicinarono per ascoltarlo! Hanno coraggio!
2) Ma i farisei lo criticavano per questo: i “puri” non potevano non criticare chi aiutava gli “impuri”:
La Parabola:
• Cento pecore: un gregge, una notevole ricchezza! Cos’è una pecora?
Per il pastore ció che conta non è il numero, ma l’animale in pericolo!
• Lascia… per andare a cercare quella che si è smarrita!
Chi glielo fa fare?
Per lui non contano né sacrificio, né tempo; conta solo quella pecora, un po’ birichina, che egli ama moltissimo.
• “Fate festa con me…” :
Perché? Per descrivere il passaggio dall’ansia per la perdita, alla felicità per il ritrovamento?
Per motivi economici? Andare, cercare, trovare, festeggiar costa piú tempio e denaro di quanto valga una pecora!
Solo per amore!
• Cosí  è anche…
Ecco il gran finale!
Come il pastore è felice per la pecora ritrovata…
Cosí Dio si rallegra per un peccatore pentito, perché È CONTENTO DI POTER PERDONARE!

La Parabola cosí come è raccontata da Matteo (18, 10-14)
• È rivolta ai Capi della sua Comunitá affinché vadano alla ricerca del fratello perduto e gioiscano, facciano festa!
• Per i Pastori di oggi, il messaggio è chiaro:
1. Uscire dai recinti sacri e andare fra le spine del mondo a cercare il fedele smarrito.
2. Pregare è troppo poco, anzi è troppo comodo
3. Chiamare ma anche prestare attenzione, perché la risposta potrebbe anche essere debole: la pecora oltre che smarrita, potrebbe essere ferita.
4. Fare festa, quando un fratello decide di rimettersi sulla strada giusta:
purtroppo questo essere molto contenti, tra i cristiani, è rarissimo; al massimo si dice: “Era ora”.
5. Perché Gesú sceglie la figura del Pastore per rappresentare se stesso? I Pastori ai tempi di Gesú erano persone socialmente non stimate, erano ritenute ladri, delinquenti, pericolosi!
Gesú lo sceglie come simbolo di se stesso perché il pastore è un capo, è un compagno, è un uomo forte, capace di difendere il gregge contro le bestie feroci, ma anche perché il pastore è pure delicato verso le pecore, conosce la loro debolezza, si sa adattare alle loro situazioni, le porta sulle braccia, le ama teneramente.
Gesú paragonandosi al buon pastore prende su di sé tutte queste bele qualità:
la forza, la dolcezza, la solitudine, l’amore.


Seconda Parabola:
LA MONETA PERDUTA E RITROVATA (Luca 15, 8-10)

1. Immaginate lo  STRESS di questa donna!
• si tratta di una misera casa (un monolocale) dove c’è tutto: cucina, stuoia a terra per dormire, polvere, brocce agli angoli, riserve di cibo; lí vive giorno e notte, lei, tutta la famiglia e dietro, in una specie di grotta, gli animali
2. Deve accendere una lampada:
• Non perché è notte, ma perché la caverna è misera, senza finestre
• La dracma (o dramma): non era poca cosa, era la paga di un giorno di lavoro!
• Poteva essere una di quelle monetine con cui le donne arabe si ornano la fronte: è un piccolo capitale che le donne di casa per non perdere, portavano sempre con sé sulla fronte; non se le tolgano mai, neppure quando dormono!
• Per sfortuna una monetina si è persa! Ansia, paura; paura di essere sgridata e picchiata dal marito! Quindi ricerca minuziosa, finalmente premiata.
3. “Fate festa con me…”
• Tutte e tre le parabole della misericordia finiscono con questa caratteristica della gioia e della festa.
• La gioia e la festa è la caratteristica della misericordia.
• Vuol dire che essere misericordiosi vuol dire essere gioiosi, o meglio che la misericordia produce gioia.
• Che misericordia è quella fatta col muso o quella che produce tristezza?
4. Attenzione:
• La moneta è persa, non “si è persa”
• Il che vuol dire che Dio ricerca non solo coloro che si sono allontanati da Lui volontariamente, ma anche coloro che si sono persi involontariamente, non per colpa loro, casualmente.
• Il Dio di Gesú Cristo è un Dio disponibilissimo: non ricupera solo i fuggiaschi, ma anche gli smarriti.
• DA CHI È RAPPRESENTATO DIO in questa parabola? Da una donna! Questa è una novitá assoluta.
5. La Chiesa dovrebbe ritrovare e valorizzare questa preziosa moneta che si chiama donna!

Conclusione:
• Se la donna anziché cercare, avesse spazzato via, fuori della casa, le “immondizie”, non avrebbe avrebbe piú trovato la monetina
• Se il pastore invece di andare a cercare fosse rimasto tranquillo nell’ovile a riposare, non avrebbe ricuperato la pecora.
• Si fa presto a spazzare, a buttare; è piu comodo riposare…, ma a che prezzo? con quali perdite? Al prezzo di un aumento di allontanamento della gente da Dio, al prezzo della perdita di molti fratelli.


Terza Parabola
IL PADRE MISERICORDIOSO
(Lc 15, 11-32)

Introduzione
Quella di Luca 15, 11-33 è conosciuta come la parabola di un figlio “prodigo”, sciupone, sprecone, spendaccione con i soldi degli altri, non suoi, non guadagnati col suo sudore e con i suoi sacrifici. Il racconto rappresenterebbe il ritratto fedele della storia di ogni uomo ribelle, che Gesù racconta allo scopo di mettere in guardia le persone dalla attrazione e dal pericolo di vivere la propria libertà lontano da Dio, facendo a meno di Dio: infatti chi si allontana da Dio va a finire male.
Questa interpretazione, peró è una  interpretazione superficiale, perché ci presenta l’immagine di un Dio, che ci tiene ad imporsi a noi come “signore” , come “padrone” dell’uomo, affermando la sua superiorità a scapito della libertà delle proprie creature.
Inoltre ci vorrebbe far capire che il bene è giusto da fare, peró esso essendo obbligatorio, fa sí che diventi un po’ pesante, noioso, togliendoci la gioia di vivere; perciò il, bene è bene per gli altri ma per colui che lo fá diventa quasi un “male”. Il male invece è cattivo, ma fa venire l’acquolina in bocca, è gratificante, accende il cuore della voglia di vivere; esso quindi diventa, quasi, è un bene per se stessi, un piacere, anche se per gli altri è sempre un male!
Da questo modo di pensare si conclude che il figlio minore ha scelto sí, la strada del male, me essa era piacevole e gratificante; mentre il figlio maggiore ha scelto la strada del bene, sí, ma una strada dura e faticosa.
Il figlio minore è l’immagine del peccatore, il figlio maggiore è il modello da seguire.
Pensando in questo modo, noi quando pensiamo a Dio, pensiamo all’”obbligo” e alla “noia”. Non è vero che molte persone quando pensano a Dio e alle cose di Dio (come per esempio alla Messa o alla preghiera), pensano subito a qualche cosa di noioso?
Ma Dio non lo chiamiamo Dio della vita?
Noi, quindi, dobbiamo rileggere questa parabola ad un livello più profondo.
Questa é la Parabola di due figli: figli che hanno due caratteri diversi, incompatibili tra di loro, senza la possibilità di una vera comunicazione (i due fratelli non entrano mai in relazione diretta tra loro, non si parlano mai, non si incontrano mai).
È una caratteristica cara alla Scrittura, la quale – già a partire dai primi capitoli della Genesi – ci presenta la storia di due fratelli: Caino che uccide Abele, l’uomo giusto.
Le storie di lotte tra fratelli nella Bibbia sono numerosissime (Giacobbe con inganno ruba la benedizione di primogenitura che spetta ad Esaù; Giuseppe viene venduto dai suoi fratelli e così via).
È questa la tragica condizione esistenziale in cui vivono gli uomini, sembra che la fratellanza non sia possibile. Sembra mancare qualche cosa.

Le idee che si hanno su Dio
Il cuore della parabola è il Padre: tutto ruota intorno alla figura del Padre ed al suo dare la vita per i suoi figli.
La personalitá di questo Padre è diversa dal nostro modo di pensare, è scandalosa e si scontra con l’idea che noi abbiamo di Dio: cioé di uno che è onnipotente, che si impone, che punisce e castiga, che ha creato l’inferno e che sta sempre lí a controllare ogni nostra piú piccola azione. Non solo, ma l’idea che abbiamo di Dio condiziona tutta la nostra esistenza e condiziona anche il nostro rapporto con gli altri.
Cominciamo a correggere le nostre idee su Dio.
Una verità che sta molto cara a Gesù Cristo e che lo spinge a raccontare questa parabola, è questa: noi siamo figli di Dio. In quanto figlio, ogni uomo è anche erede di Dio: non per il fatto che l’uomo merita l’eredità, ma semplicemente perché è figlio. E dato che non possiamo impedire a Dio di riconoscerci come figli prediletti, l’unico modo di rifiutare questa eredità è distruggerla e vivere non da figli ma da nemici.
La parabola parla appunto di un rapporto conflittuale tra l’uomo e Dio: da una parte un amore gratuito, incondizionato e a fondo perduto; dall’altra l’incomprensione di questo amore e il suo rifiuto.
Gesù sta raccontando questa parabola a chi? Ai peccatori? No! Egli la sta raccontando proprio a dei “fratelli maggiori” (ai farisei, ai giusti, ai buoni), i quali appunto perché si ritengono buoni, giusti e persone religiose) non accettano di entrare nel banchetto del Regno, non accettano la personalità di un Padre cosí misericordioso! Gesù ha quindi voluto dare una Buona Notizia soprattutto ai fratelli maggiori, a coloro che presto lo metteranno a morte.
Perché non accettano un Padre cosí misericordioso, come lo descrive Gesú?

Chi è il Padre per loro?
Dovremmo domandarcelo anche noi: chi è Dio per noi?
Il rancore, l’odio reciproco dei due figli sono intimamente legati all’immagine che essi hanno di loro Padre.
Il Padre apparentemente sta in secondo piano, quasi fosse una persona senza spina dorsale; il suo comportamento sembra addirittura scandaloso per la nostra coscienza di figli maggiori, di persone perbene: noi ci saremmo comportati diversamente con un figlio cosí scapestrato, quale era il figlio minore; questo Padre, infatti, dà la Vita per i suoi figli, perché pensa che essi ne abbiano bisogno. E lo fa umilmente, semplicemente donandosi: divide la vita fra di loro.
Questo gesto, cosí pazzesco e assurdo, gli costa necessariamente la sua vita e costituisce il centro della Buona Notizia.
Noi siamo portati a mettere l’attenzione sui due figli, e ci identifichiamo nell’uno o nell’altro a seconda del nostro temperamento e delle nostre simpatie; passa invece in secondo piano la figura del Padre che dá la vita. La verità è che la figura di questo Padre cerchiamo in tutti i modi di cancellarla, perché essa ci mette in crisi.

Il figlio più giovane
Ora disse: “Un uomo aveva due figli; e disse il più giovane di loro al padre: “Padre, da' a me la parte della sostanza che mi tocca”.  Egli poi divise tra loro la vita.
Due figli, il maggiore e il minore. Due caratteri e temperamenti distinti, due modi diversi di pensare, di rapportarsi, di comportarsi. Intorno, una casa piena di ricchezza e di lavoratori tutti impegnati nel lavoro e lontano tanti ettari di campi che si perdono all’orizzonte.
Del padrone non conosciamo molto. Tutto quello che veniamo a sapere lo si ricava dal suo rapporto con i figli o meglio dall’immagine che i due figli hanno del padre: è nella relazione con i due figli – una relazione conflittuale e fino all’ultimo sangue – che noi conosciamo il suo vero cuore. Finché i figli non si confrontano con questo padre, gettandogli addosso il gelo, il vuoto e la morte che hanno nel cuore, non potranno assolutamente conoscerlo bene.
“Padre, da' a me la parte della sostanza che mi tocca”.
Oggi, come allora, è con la morte di una persona che la sua eredità viene trasmessa ai figli. In base al diritto ebraico, l’eredità – in assenza di altri parenti – veniva così divisa: 1/3 per il figlio minore ed i rimanenti 2/3 per il primogenito; era possibile al padre, mentre era ancora vivo, anticipare l’eredità ai figli, tuttavia l’erede non avrebbe potuto disporne fino alla morte del testatore.
Queste notizie sono molto importanti, poiché mettono in luce una situazione piuttosto insolita per la legislazione del tempo. Il figlio più piccolo avrebbe potuto sì chiedere l’anticipo dell’eredità ma non la disponibilità economica: in teoria era il proprietario, ma in pratica il padre poteva continuare ad usarne liberamente.
Il figlio minore rivendica quindi un diritto non suo, richiede la disponibilità di somma di denaro che non gli è dovuta. Che cosa significa questa richiesta di eredità?
Inoltre la parola greca utilizzata (“) in italiano significa ‘bene’ ma soprattutto significa ‘vita’: l’eredità, quindi, non ha solo un valore economico ma anche umana- spirituale: è ciò che un padre lascia della sua vita al figlio, è la trasmissione di quello che è lui stesso. La pretesa del figlio di questa eredità equivale ad una ‘rapina della vita del padre’, equivale ad una richiesta della sua morte. Chiedendo l’eredità, il figlio considera suo padre come morto per lui.
E’ come se gli dicesse “Tu sei la mia morte, crepa! Senza di te la mia vita rifiorirà!”.
Questo passo è scandaloso e spesso taciuto. E’ un punto di partenza essenziale per capire la Buona Notizia di questo Padre ed ciò che accade nell’ora della Passione di Gesù.
Il figlio minore considera il Padre come colui che lo soffoca, che gli toglie la vita e la libertá: una volta tolto di mezzo il padre - pensa in cuor suo – potrà finalmente realizzarsi pienamente come persona umana. È un po’ quello che pensa in genere la gente: “Se non ci fosse Dio saremmo tutti piú liberi”
Egli poi divise tra loro la vita.
Immedesimiamoci però nel padre che si sente augurare la morte dal proprio figlio: queste parole, oltre esprimere il fallimento della propria paternità, sono come una pugnalata al cuore. Di fronte alla pretesa dell’eredità, avrebbe potuto reagire diversamente ed in maniera più autoritaria: ad esempio umiliando la prepotenza del figlio, far la voce grossa, mandarlo fuori di casa senza un soldo.
Questo Padre però fa una cosa diversa, perché intuisce nel profondo del suo cuore che l’unico modo di liberare suo figlio dalla morte che si porta nel cuore è prenderla su di sé. Per ora il dolore di questo padre resta in sordina; verrà ripreso più avanti.
Divide le sostanze: un terzo dell’eredità va così al figlio minore.
Finalmente il figlio è libero di andare alla ricerca della sua vita, verso l’emancipazione dal suo stato di inferioritá; distruggere la sua identità di figlio per costruire quella di padrone della propria vita.
E, non molti giorni dopo, raccolte tutte le sue cose, il figlio più giovane emigrò in paese lontano; e là sperperò la sua sostanza vivendo insalvabilmente.
Presumibilmente la maggior parte delle ricchezze dell’eredità consistono in beni immobili ed in terreni. Questo figlio ha dovuto così convertire in liquidità tutti questi beni in pochi giorni (lett. non molti giorni dopo). Questa fretta sembra essere dettata dalla volontà di disfarsi prima possibile di un rapporto scomodo di dipendenza: forse svendendo tutto, il figlio vuole troncare quel cordone ombelicale che lo tiene – economicamente ed affettivamente – legato al padre.
Questa eredità inizia così ad essere dilapidata e sprecata.
Sempre in una prospettiva realistica non possiamo pensare che questo ragazzo sia partito solitario con il suo fagottino, se ci viene detto che è partito dalla casa paterna con tutte le ricchezze ricevute: viaggiando, privo di protezione, avrebbe corso il rischio di essere derubato ed ucciso.
E’ quindi realistico che abbia assoldato un manipolo di ‘fedeli’, protettori della sua persona e custodi delle proprie ricchezze e sia partito con una carrozza, un gruppo di servi e il tesoro.
Tra sé e sé penserà:
“ L’ho sognata, giorno e notte. L’ho sperata, questa mia libertà. L’emancipazione dal mio essere figlio. Ora non ci saranno più ordini da seguire, etichette da rispettare. Adesso ci sono solo io, io e me stesso, adesso l’orizzonte si allarga, devo andare lontano, più lontano”.
Lontano. Il paese più lontano possibile dalla casa del padre. Il punto più distante del figlio dalla propria identità. Possiamo negare ed infangare la nostra verità di figli prediletti ma non distruggerla, perché essa non dipende da noi stessi e da ciò che facciamo. Agli occhi di Dio rimaniamo figli, anche se facciamo violenza a questa nostra verità, perché ciò che siamo non può essere cancellato.
E allora più il figlio si allontana, più giunge nel paese dove non è più chiamato “figlio” ma solo “padrone” o “schiavo”, a seconda delle ricchezze e del prestigio di cui disporrà.
“E là sperperò la sua sostanza vivendo insalvabilmente”.
Ora è tutto più semplice: la stima, il rispetto, la considerazione e soprattutto l’amore degli altri si possono comprare. Un meccanismo molto semplice: io compro, tu vendi. Con il tempo però questo meccanismo porta alla totale distruzione del rapporto gratuito tra le persone, l’unico modo di cui ogni uomo ha bisogno per potere essere se stesso. Inoltre i soldi non sono infiniti. Prima o poi finiranno, soprattutto se non si lavora e non li si guadagna. Per un po’ di tempo riuscirà con tutta probabilità a farsi prestare dei soldi proprio dagli abitanti del paese lontano.
Fino al giorno in cui le voci girano e si viene a sapere che questo ricco signorotto non ha più il becco di un quattrino: è finito sul lastrico.
Il gioco è finito, i creditori sono alla porta, non resta che scappare, per non essere gettati in prigione o peggio ammazzati dagli aguzzini. Gli stessi suoi servitori d’un tempo se la sono data a gambe, ma non prima di aver ottenuto una ricca buonuscita. Ora resta solo. Dove andare?
Ora, dilapidate tutte le sue cose, venne una carestia forte per quel paese; ed egli cominciò ad essere nell'indigenza.
E’ il momento in cui questo ragazzo deve fare i conti con la realtà: ora che non ha più niente, fa l’esperienza di valere meno di niente; a nessuno importa più di lui, della sua vita. Ecco che, cadendo dalla posizione di essere padrone, si ritrova improvvisamente nella condizione di schiavo, senza una casa, senza un soldo, senza nessuno e coinvolto nella miseria in cui si trova tutto il paese.
Anziché rassegnarsi, questo figlio mostra una certa intraprendenza: ciò che conta ora è trovare qualcosa da mangiare, per non morire di fame; e andò a incollarsi a uno dei cittadini di quel paese; e lo mandò nei suoi campi a pascere i porci. E desiderava saziarsi delle carrube che mangiavano i porci e nessuno gliene dava.
Istinto di sopravvivenza. Di fronte al rischio di rimetterci la pelle, morendo di fame, egli va in cerca di un nuovo padrone, al quale letteralmente ‘si incolla’.
Interessante l’uso di questo verbo ‘incollarsi’. Questo legame, questo attaccamento profondo, rimanendo sempre libero e se stesso, si puó avere solo con Dio: l’uomo infatti si può attaccare-incollare solo al suo vero Padre, al vero Signore; solo cosí rimane se stesso, rimane figlio, rimane libero. Chi rifiuta questa relazione, chi rifiuta di essere figlio, riconoscendo Dio come suo Padre, non potrà che attaccarsi a padroni diversi, questa volta come schiavo.
In questa situazione, mentre pascola dei maiali, bestie immonde per la cultura ebraica, sperimenta di valere meno di loro.
Ora, venuto in se stesso, disse: Quanti salariati del padre mio sovrabbondano di pani; io, invece, di carestia qui perisco.  Mi leverò e andrò da mio padre e dirò a lui: Padre, peccai verso il cielo e al tuo cospetto; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio: fa' me come uno dei tuoi salariati. E, levatosi, venne da suo padre.
Non sappiamo che cosa frulli per la testa di questo ragazzo. Quel che è certo che rischia di morire. Tornare o non tornare è una questione di vita o di morte, nel vero senso della parola (io qui perisco).
La decisione di tornare o restare non si può vedere come se fosse una scelta presa a tavolino, con buon senso e considerando tutti i pro e i contro. Il corpo si ribella con tutte le proprie energie alla morte, l’istinto di sopravvivenza è più forte di ogni altra cosa. E per sopravvivere, il figlio ritorna.
Siamo portati a pensare che è in questo momento che avviene la conversione, il pentimento. Ma è davvero così? Possiamo davvero credere che questo ‘disgraziato’ cambi idea dal giorno alla notte? Che in questa situazione estrema di necessitá nasca una conversione autentica oppure è solo la fame che lo spinge a far questo?
Quest’ultima ipotesi oltre ad essere la più realistica, trova anche una chiara conferma nelle sue parole
“Quanti salariati del padre mio sovrabbondano di pani; io, invece, di carestia qui perisco”.
Non ci deve far scandalizzare che il figlio voglia tornare solo per salvarsi la vita. Infatti già questo, già il tornare solo per salvarsi la pelle è vitale! E’ un buon segno, di slancio positivo e non di egoismo! Un segno di resurrezione; e infatti il verbo “levatosi” (usato nei Vangeli per indicare la risurrezione) indica una decisione che, al di là degli intenti, lo fa passare dalla morte alla vita.
Chiariamo bene una cosa: questa non è la conversione evangelica! Nella parabola deve ancora arrivare, e giungerà tra breve inaspettata, come un terremoto che sconquassa tutto, distruggendo l’immagine malefica che il figlio ha di suo padre.
La conversione evangelica non è qualcosa che possiamo determinare noi, perché è iniziativa assoluta del Signore; noi possiamo solo accoglierla o rifiutarla.
Finora potremmo chiamare quello di questo ragazzo un ravvedimento. Ma la conversione evangelica è ben di più.
Guardate con che insistenza questo figlio disgraziato continua a chiamare il “Padre”.
In genere, quando ci impantaniamo nel nostro male, c’è un istinto fondamentale che emerge in noi: preferisco stare male da solo, piuttosto che farmi aiutare. Infatti accettare una mano significherebbe il mio fallimento e la superiorità di Dio.
Satana stesso mette dentro di noi sentimenti di orgoglio che ci spingono a non accogliere un perdono gratuito e a fondo perduto ma a cercare di espiare la colpa, per potermi riscattare da solo con la mia volontà, senza che l’aiuto del Signore diventi fondamentale.
Il figlio decide di tornare. Questa sua decisione gli evita la morte. Ma la sua vera rinascita deve ancora avvenire, e avverrá quando vede il padre nella sua vera luce, una luce abbagliante, quando vede un padre nuovo, che non aveva mai prima immaginato. E questo ci fa capire che il figlio non aveva mai conosciuto veramente chi era il Padre. E da che cosa lo capiamo? Dal fatto che, nel prepararsi le scuse, nel prepararsi il discorsetto da fare, chiede di essere considerato e trattato come servo, non come figlio.

Il Padre
Ora, mentre ancora distava lontano, lo vide suo padre e si commosse e correndo cadde sul suo collo e lo baciò.
“Mentre ancora distava lontano”: il figlio si è pentito. Eppure egli è ancora molto lontano dal Padre, egli ancora non conosce chi è veramente suo padre. Possiamo nella vita stare a contatto ogni giorno e per lungo tempo con una persona senza scoprirne la propria reale identità. Per Dio questo rischio è ancora più grande: dentro di noi qualcosa ci suggerisce che egli, in fondo, è cattivo, anche e soprattutto quando le cose vanno male. Spesso pensiamo al Signore come un giudice crudele e severo. Chi si avvicina a Dio con queste idee nella testa e con questi sentimenti nel cuore, è ancora distante, lontano dalla vera conversione, non è ritornato ancora a Dio (“mentre ancora distava lontano”).
Il grande cuore del padre capisce i sentimenti del figlio e si commuove: capisce la sua sofferenza, il suo conflitto, nel suo disperato tentativo di esprimergli qualche parola di pentimento.
Ma qui risalta l’enorme distanza tra ció che noi pensiamo di Dio e la sua vera identità.
Dio è onnipotente proprio in questo: lui soffre dentro di sé il male che ci facciamo noi stessi, e se ci vede tornare, esulta di gioia.  E’ così gli si getta addosso e lo bacia.
Questo gettarsi al collo deve essere carico di tutto il suo dolore, di tutta l’apprensione sofferta per il fatto di avere un figlio in pericolo di vita. E’ un gesto liberatorio, che scarica in un attimo la tensione del Padre, sciogliendosi in pianto. E’ un gesto di comunicazione fisica, di contatto, con il quale il Padre ricopre la povertà del figlio con le sue grandi braccia e lo fa partecipe della sua sofferenza e dell’amore per un figlio perduto.
Ora è chiaro: il vero peccato non è scappare dalla casa del Padre, ma non volermi fare amare nel punto dove ho più bisogno, non accettare di essere riportato a casa.
Qui il figlio fa l’esperienza della Buona Notizia. Qui avviene la conversione evangelica.
Non è lui a decidere con la sua volontà di pentirsi e a conquistare così il perdono ma è la presenza dell’amore del Padre che lo ricrea, lo fa rinascere.
Le braccia aperte del Padre, che la paura avevano deformato in due mani soffocanti e opprimenti, ora diventano quello che in realtà sono: due braccia aperte, che implorano di essere accolte ma che sono pronte anche ad aspettarsi il mio rifiuto.
Ora disse il figlio a lui: Padre, peccai verso il cielo e al tuo cospetto; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.
Ma a che servono queste parole, preparate come un discorsetto? Rispetto alla dolcezza di questo abbraccio che viene prima e indipendentemente dal nostro mostrarci contrìti?
Ora il padre disse ai suoi servi: “Presto portate fuori una veste, la prima, e vestitelo; e date un anello alla sua mano e sandali ai piedi e portate il vitello, quello riempito di grano, immolatelo e, mangiando, facciamo festa, perché costui, il figlio mio, era morto e rivive, era perduto e fu ritrovato.
Ecco la conversione evangelica: convertirmi al fatto che il Padre dà la vita e muore per me. E’ accettare che il dono di questa vita, immeritato, mi fa entrare in una festa, nella quale gusto il mio essere rivestito da un amore fino alla morte!
A questo punto il figlio non fa più niente ma contempla quello che gli viene fatto dal Padre. Essere rivestito, da nudo che era, dell’amore del padre. La veste indica l’identità di figlio, la quale, anche se viene negata e infangata, resta tale. Non dipende per nulla dal mio merito. C’è sempre agli occhi del Padre. Tutto ciò che era stato dal figlio dilapidato gli viene ridonato.
E l’anello. E poi i sandali: lo schiavo non porta sandali.
E portate il vitello, quello riempito di grano, immolatelo e, mangiando, facciamo festa: questa festa non è il lieto fine di un film. È vittoria della vita sulla morte,
è risurrezione! E noi siamo invitati a gioirne nel profondo del cuore, per un peccatore che si pente e non ad arrabbiarci e a fare gli offesi come ha fatto il fratello maggiore.

Il fratello maggiore
Questa parabola Gesù la sta raccontando a dei fratelli maggiori. Sono i giusti, i buoni, le persone perbene, le quali, proprio perché si sentono buone e perché ritengono di stare nel giusto ‘nientificano ed umiliano’ gli altri (Lc 18,9). La Buona Notizia raccontata dalla Parabola rappresenta per questi fratelli maggiori una ‘porta stretta’ nella quale essi faticano ad entrare, proprio perché sono gonfi d’orgoglio. Anzi è impossibile che essi entrino. L’unico modo per entrare è che essi, riconoscendo di non potersi salvare da soli, accettino di farsi salvare: così diventano piccoli, umili ed entrano nel banchetto del Regno.
E cominciarono a far festa.
“Ora il suo figlio, il più vecchio, era in campagna. E quando, venendo, si avvicinò alla casa, udì sinfonie e danze. E, richiamato uno dei servi, s'informava che mai fosse ciò. Ora egli disse a lui: iI tuo fratello venne e tuo padre sacrificò il vitello riempito di grano perché sano lo riprese”.
Questa festa, questa gioia e questa musica sono una mazzata per il figlio maggiore. Il minore ha scelto di ribellarsi ad un padre ritenuto “severo e dispotico”; il maggiore invece ha spalle forti e resiste. Ma in questo modo emerge che per il maggiore, essere figlio non è una festa e una gioia, ma una condanna a morte. Egli è fedele al Padre perché si aspetta che il padre premi la sua fedeltá, premi la sua obbedienza e che punisca coloro che non sono come loro, fedeli e ubbidienti. Ma quando egli viene a sapere e si accorge che il fratello, non solo è stato accolto ma che vi sono anche canti, balli e festa per questo cattivo e disgraziato, allora scoppia.  Ferito nell’orgoglio, si sente preso in giro da suo padre, si sente non voluto bene.
Ora si adirò e non voleva entrare. Ora il padre suo, uscito, lo consolava. Ora, rispondendo, disse a suo padre: Ecco, da così tanti anni ti sono schiavo e non trasgredii mai un tuo ordine; e a me non desti mai un capretto perché facessi festa con i miei amici. Ma ora quando venne il figlio tuo, costui, che divorò la tua vita con le meretrici, immolasti per lui il vitello riempito di grano.
Anche il figlio maggiore sente il padre come un Padre cattivo, crudele, oppressore, avaro. E allora che fa? Diversamente dal fratello minore che aveva scelto la strada di liberarsi di un padre cosí, andando via di casa, egli si difende da lui decidendo di attuare la strategia del dovere: tenerselo buono buono attraverso una vita fatta di sudore senza gioia. Senza un capretto, senza gusto e colore. E’ chiaro quindi che esploda di rabbia nel vedere il trattamento riservato al fratello.
Immaginiamolo in questa lamentela: “Un capretto. Una carezza, un sorriso. Questo ti ho sempre chiesto. Speravo che me lo dessi, come ricompensa del mio servirti sempre, del mio stare al tuo gioco, del mio esserti fedele. Ma tu niente.  Ho bisogno di sapere che lui è orgoglioso di me. Ma questo padre evidentemente, oltre ad essere avaro, è anche lunatico. Tutto dipende dalle sue lune, dall’umore del momento. Ora il sentire le danze e le musiche dedicate al suo figlio delinquente e scialacquatore è per me un affronto insopportabile.
Ai delinquenti le cose vanno sempre bene, a me che sono buono, devoto, fedele, vanno sempre male. Ma dico, mi avete preso per fesso?  Ma, andate a quel paese, tutti quanti. Tu padre, per primo. Questa cosa che mi hai fatto è una pugnalata alle spalle.
Prima mi hai rovinato la vita con i tuoi opprimenti comandamenti, adesso me la uccidi, accogliendo questo buono a nulla. Se io avessi avuto solo la metà dei suoi soldi, adesso sarei ritornato con il capitale raddoppiato. Avrei fatto fruttare questo patrimonio, saresti stato fiero di me. E invece questo tuo figlio, non solo non è stato in grado di investirli, ma è anche pieno di debiti. E tu osi fare finta di niente? Come se nulla fosse accaduto? Sorvoli. O forse hai bisogno del vino e del buon cibo per dimenticare che razza di padre sei e che razza di figlio ti ritrovi.
Ora dubito della tua lucidità mentale. Probabilmente hai qualche rotella che non va piú. E che succederebbe se anch’io facessi come lui? Tu vuoi più bene a lui che a me. Ma non ti fai scrupolo di cosa passi dentro il mio cuore.
Sì, hai salvato un figlio perduto. Ma ne hai perduto uno già salvato. Bell’idea di giustizia che hai. Allora le alternative sono due: o non ti rendi conto ritrovando lui stai perdendo me oppure devo concludere che a me non ci tieni nemmeno un po’. Che rispondi? .
Le parole del figlio maggiore le sentiamo profondamente vere; ma non è diverso da suo fratello: ha la stessa sua idea: quella di un Padre che ama i figli solo se lo meritano. Deve ancora sperimentare che l’amore del Padre verso i figli non è legato al loro lavoro, alla loro bontá, alla loro perfezione.  L’amore che cerca, ce l’ha gratis, sempre. A portata di mano. Deve capire che l’amore non si compra e non si vende, perché è dono.
Ora egli disse a lui: Figlio, tu sei sempre con me e tutte le cose mie sono tue. Ora bisognava far festa e gioire perché il fratello tuo, era morto e visse.
Immaginiamo ora la risposta del padre con queste parole: “Figlio, sono contento di te. Di quello che sei da sempre, fin da quando ti ho tenuto in braccio per la prima volta. Il giorno che hai imparato a pronunciare il mio nome sulla tua bocca. I miei occhi brillano ora come allora, quando ti vedo. Coraggio aggrediscimi, picchia duro, dimmi tutto quello che ti fa star male. Non perché io sia un padre ingiusto, non perché tu abbia ragione, ma perché è solo in questa sinceritá che ci potrà essere uno spiraglio di relazione tra me e te. Credi che io sia stupido? Che non capisca fino in fondo tuo fratello? Sono già morto per lui, il giorno che partì. Ed oggi però mi sento rivivere perché è successo un miracolo:lui  è vivo. Devi capire che un Padre non decide di amare od odiare: ama e basta. L’amore e l’odio, l’accoglienza o il rifiuto non dipendono da quello che voi fate ma da ciò che io sento per voi. Sì, sono un buono a nulla, non son capace di cambiare il mio amore in odio. Nemmeno se mi uccidete.
E allora io ti dico: entra nel banchetto della vita, non farti scrupoli. In questo banchetto festeggiamo un figlio morto e ritrovato. Ma questo figlio sei anche tu. Guai se pensassi che questo banchetto è per la celebrazione della tua bontá, della tua fedeltá o della tua giustizia, perché io ogni giorno celebro una festa per tutti voi, giusti o ingiusti, pentiti o non pentiti. Il dramma è che in questa festa tu non vuoi entrare. Te la sto offrendo la gioia del banchetto.
Forza, figlio, il mio cuore freme affinché anche tu ritorni. Sì, non sei mai scappato lontano, ma anche tu nel cuore sei distante da me. Mi credi un padre ingiusto che fa preferenze. Non è cosí! Fidati! Te ne prego, entra con noi.

Riflessione:

1) Se il peccatore (figlio prodigo) è trattato in quel modo (perdono, misericordia, festa…) a che serve essere giusti, buoni, fedeli, praticanti?

2) A che serve lavorare nella vigna del Signore fin dalla prima ora (cioè a che serve essere sempre cristiani buoni e fedeli fin da sempre) se poi alla fine della vita, si riceve lo stesso premio (o la stessa paga, cioè il Paradiso!) di chi si è convertito all’ultimo momento?
(vedi per es. il buon ladrone, crocifisso con Gesú: “oggi sarai con me in Paradiso!”)

A proposito dei due fratelli della parabola: il loro comportamento é diverso: uno va via e l’altro resta, ma tutti e due hanno la stessa concezione di lui, tutti e due hanno un’idea sbagliata del Padre, lo considerano come un “padrone” e loro si considerano come dei SERVI.

3) Secondo voi, Dio ha fallito nella sua educazione? Non è riuscito a far comprendere ai propri figli che li amava? Non è riuscito a comunicare loro il proprio amore?
E noi capiamo il suo grande amore verso ciascuno di noi? Ci consideriamo anche noi come dei servi verso Dio, per cui ci pesa essere buoni, fedeli, onesti, morali, misericordiosi?

4) Il Padre vuol fare capire a tutti che un peccatore che si converte, in qualsiasi momento della sua vita,  e che viene accolto con amore e con una festa nella famiglia di Dio non è un estraneo ma un fratello, un membro della stessa famiglia di Dio: lo capiamo noi? E perché, allora, certi modi di pensare, di criticare, di giudicare, di condannare, di non
essere d’accordo con Dio?

FINE DELLA PRIMA PARTE



Vai all'archivio »