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Dan, un ragazzo di Gerusalemme
17 Febbraio 2021

DAN, UN RAGAZZO DI GERUSALEMME

Le strade di Gerusalemme erano affollate da una strana eccitazione. Gruppetti di persone si muovevano in fretta, chiacchierando e urtandosi. L'aria leggera e tiepida della primavera faceva piacevolmente sventolare tuniche e mantelli. Solo ad Oriente si accumulavano tante nuvole. I mercanti offrivano le loro merci, le donne si affannavano attorno alle bancarelle per gli ultimi acquisti: la solenne festa della Pasqua Ebraica stava per incominciare. Ma non era solo la festa a provocare caos ed eccitazione tra la folla. C'era un altro avvenimento. Per quel pomeriggio era annunciato uno spettacolo che suscitava la eccessiva curiosità di grandi e piccoli: l’esecuzione di una pena di morte.
In cittá, il fabbro martellava la punta di un aratro con forza. Ad ogni colpo, dall'incudine sprizzavano scintille a non finire. «Zio, zio!». Una voce di ragazzo lo interruppe. Un ragazzo di 12 anni, dal volto vivace e intelligente, arrivò di corsa. «Ah, sei tu, Dan!», disse il fabbro. «Papà mi ha mandato a prendere i chiodi per i Romani», disse il ragazzo col fiato grosso. Il fabbro prese dei grossi chiodi nuovi che aveva messo in un largo recipiente di terracotta pieno di sabbia. «Tre uomini?», chiese. «Papà ha detto per tre uomini». Il fabbro contò i chiodi con le sue dita grosse e li mise nelle mani del ragazzo. Le dita sottili e deboli di Dan si piegarono sotto il peso dei grossi chiodi. «Verrà papà a pagare», disse il ragazzo. «Va bene...», brontolò il fabbro e riprese a martellare quasi con rabbia. Sembrava arrabbiato. Scosse la testa e sputò per terra. Non gli piacevano i Romani e neppure le crocifissioni.
Il ragazzo camminava più in fretta che poteva, facendosi largo in mezzo alla gente che si accalcava nella stradina tortuosa cercando i posti migliori per godersi lo spettacolo dei condannati.
«Eccoli! Arrivano». Molti allungarono il collo o si misero in punta di piedi. Il piccolo corteo era aperto dal centurione romano e da due soldati e seguíto da una massa caotica di ragazzini saltellanti, di uomini che gridavano e di donne che piangevano. Altri due soldati spingevano a colpi di frusta i condannati curvi sotto il peso di una grossa trave, il braccio orizzontale della croce.
Il padre di Dan, era stato costretto a forza dal centurione romano per fare da aiutante dei soldati. Era un falegname e aveva dovuto portare i suoi attrezzi, poi aveva mandato il figlio a prendere i chiodi dal fratello fabbro.
I Romani avevano scelto il percorso più lungo per arrivare al Golgota, il luogo dell'esecuzione. Volevano attraversare le stradine più frequentate della città, perché la vista della sorte toccata ai condannati, fosse un minaccioso avviso per tutti. Quello era il destino riservato ai ribelli.
Dan riuscì ad avvicinarsi al padre e gli fece vedere i chiodi.
In quel momento vide bene i condannati. Si fermò impietrito, con gli occhi pieni di orrore a fissare il più giovane dei tre. Era il più malmesso. Era stato torturato senza pietà, un casco di rami spinosi sulla testa gli aveva coperto la faccia di sangue e quasi non riusciva più a camminare. Il centurione aveva costretto un certo Simone a portare la trave al posto suo. Era il padre di Alessandro e Rufo, due ragazzi che Dan conosceva bene.
«Non può essere lui! Non è possibile!», Dan gridò, ma nessuno se ne accorse. I suoi occhi si riempirono di lacrime. «Lui no! Papà!». La mano di suo padre si posò sulla spalla del ragazzo, che ora era scossa dai singhiozzi. «Non posso farne a meno, figlio mio, tu lo sai». «Ma, papà, è lui, il Maestro di Galilea. È Gesù... Quello che ha moltiplicato i miei pesci e i miei pani per dare da mangiare a tanta gente».vivi
Quella giornata in Galilea, un anno prima, era la più chiara nella memoria di Dan. Aveva seguito la folla che andava ad ascoltare il Maestro di cui tutti parlavano. La mamma gli aveva anche preparato il pranzo in una piccola cesta, perché conosceva bene il suo formidabile appetito. Erano cinque pagnotte d'orzo e due pesci avvolti in un tovagliolo di tela.
La collina era piena di gente. Ad un certo punto ebbe fame; ma Dan si accorse che nessun altro si era portato da mangiare. Probabilmente anche il Maestro era stanco e aveva fame. Così si era avvicinato a lui e un po' impacciato l'aveva invitato a prendere qualche suo pane e qualche suo pesce. Il Maestro lo aveva guardato con quegli occhi profondi e sorridenti che Dan non avrebbe mai più dimenticato. Poi, tutto era successo in un attimo. Gesù aveva invitato tutti quanti a sedersi per terra e aveva preso in mano i pani e i pesci. «Addio pranzo!», aveva pensato Dan. Ma i suoi pani e i suoi pesci erano diventati dieci, cento, mille, diecimila. E gli amici di Gesù li avevano distribuiti a tutti. Là, sulla collina di Galilea, migliaia di persone mangiavano con gusto i suoi pani e i suoi pesci. Tutti improvvisamente commensali di un miracolo. E lui aveva riavuto tutto il suo pranzo e lo mangiava, orgoglioso come se il miracolo fosse anche un po' merito suo, seduto accanto al Maestro e ai suoi amici. Non avrebbe mai più dimenticato quella giornata. E quell'uomo.
Ma ora era tutto diverso. E il Maestro di Galilea era solo un grido di dolore inchiodato alla croce. I soldati giocavano a dadi, indifferenti a tutto. Soltanto il centurione teneva d'occhio la gente e i condannati. C'erano dei Sacerdoti e dei pezzi grossi del Tempio che gridavano soddisfatti e prendevano in giro Gesù.
«Vieni via. Torniamo a casa!». La mano forte di suo padre lo prese per mano e lo obbligò a voltarsi. Scesero dal monticello dei condannati, mentre, di colpo, il cielo si riempiva di nubi nere come il catrame. Un momento di terrore superstizioso serpeggiò tra la gente. Il Maestro sulla croce gridò qualcosa. Dan si tappò gli orecchi con le mani. Tornò a casa e raccontò tutto a sua madre, stupita dal suo volto segnato di lacrime. «Adesso mangia e non pensarci più!», gli disse la madre, mentre gli passava le mani nei capelli ricciuti. Ma Dan non riusciva a pensare a nient'altro. Così, qualche ora dopo, tornò sul luogo del supplizio. Era buio come fosse già notte e soffiava un vento gelido. C'erano poche persone. Gesù era già stato staccato dalla croce. Lo avevano consegnato alla madre e ai suoi amici. Sotto la croce c'era ancora il centurione che vigilava perché tutto avvenisse secondo la legge. Dan si fece coraggio e si avvicinò. «Signore, posso avere uno dei chiodi dell'uomo crocifisso in mezzo?». «Di quello che chiamavano Re dei Giudei?». «Sì». «E che te ne fai? Lascia perdere», rispose brusco il Romano. «Per favore», implorò Dan. Aveva di nuovo gli occhi pieni di lacrime. «Bah... Ebrei!», borbottò il centurione e gettò uno dei chiodi ai piedi del ragazzo. Dan prese il chiodo e corse via. A casa avvolse il chiodo in un panno e lo mise sotto il cuscino. Sul ferro erano rimaste le macchie scure del sangue del Maestro. Da quel momento il chiodo del supplizio divenne il suo oggetto più caro.
Qualche tempo dopo, una sera, suo padre tornò a casa e posò gli attrezzi di lavoro in un angolo. Poi, all'improvviso, disse: «Il centurione sta morendo. Ha preso le febbri che uccidono. Domani dovrò preparare tutto per la cerimonia funebre».
Dan fu scosso da una improvvisa decisione. Corse a prendere il suo piccolo tesoro e corse fuori. Arrivò ansimante alla caserma dei soldati romani. Lo conoscevano tutti, per via di suo padre, e lo lasciarono passare. Dopo un po' si affacciò alla stanza del centurione. Il Romano giaceva sotto un mucchio di coperte, il suo volto era giallo e tremante. La febbre lo stava divorando.
Dan si avvicinò e gli mise il chiodo davanti agli occhi. «Lo ricordi, signore?», gli disse. Gli occhi appannati del moribondo dissero di sí. «Prendilo!», disse il ragazzo. La mano del centurione strinse il chiodo. Le sue labbra screpolate mormorarono: «Grazie». Improvvisamente un soffio d'aria fresca passò sul volto del Romano, il respiro affannoso, sull’istante si fece tranquillo e regolare, il suo corpo aveva ripreso il suo colore naturale. Dan disse semplicemente: «Lo sapevo». E silenziosamente tornò a casa.

 

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