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Il Tassista
10 Giugno 2017

IL TASSISTA

Faccio il tassista. I passeggeri salgono, si siedono vicino a me o dietro di me, in totale anonimato e mi parlano della loro vita. Ho incontrato persone la cui vita mi entusiasmava, o mi faceva sorridere o mi deludeva. Nessuna, peró, mi commosse tanto quanto una donna che salí una notte di agosto.
Avevo risposto alla chiamata presso alcune villette tranquille. Credevo che avrei raccolto qualcuno che usciva da una festa, o qualcuna che aveva avuto una discussione con il fidanzato, o un lavoratore che avrebbe dovuto recarsi presto al lavoro presso la zona industriale della cittá.
Quando giunsi verso le due di notte, la casa era buia; solo una tenue luce illuminava una stanza del primo piano. In queste circostanze molti tassisti fanno suonare una o due volte il clacson, attendono un minuto, e poi se ne vanno. Io peró conosco alcune persone povere che in certi casi dipendono dal taxi come unico mezzo di trasporto. La situazione mi appariva incerta, ed io andai fino alla porta e bussai. “Un minuto”, rispose una voce debole e fragile. Intanto sentivo qualcosa che veniva trascinato sul pavimento e dopo una lunga pausa, la porta si aprí. Una donna minuta, di circa 80 anni, comparve davanti a me. In mano una piccola valigetta di nailon. Nell’appartamento tutti i mobili era coperti con fodere, non c’erano orologi alle pareti, nessun soprammobile. In un angolo c’era una scatola di cartone piena di fotografie e una piccola vetrina. Continuava a ringraziarmi per la mia gentilezza. “Non è niente”, le dissi, “Io vorrei trattare i miei passeggeri come vorrei che fosse trattata mia madre”. “Oh, sono sicura che lei è un buon figliolo”, rispose. Quando giungemmo al taxi mi diede un indirizzo, poi chiese: “Potrebbe passare dal centro?”. “Non è la via piú breve”, le risposi rapidamente. “Oh, non importa”, disse lei, “non ho fretta, vado alla casa di riposo”. La guardai nello specchio retrovisore, i suoi occhi lacrimavano. “Non ho famiglia”, continuó, “e il dottore dice che non mi rimane molto tempo”. Tranquillamente allungai la mano e spensi il tassametro. Per due ore guidai in giro per la cittá. Ella mi indicó lo stabilimento in cui aveva lavorato per molti anni come operatrice di ascensori. Poi dove lei e suo marito erano vissuti quando erano sposati da poco. Mi chiese di passare davanti ad un negozio di mobili dove una volta c’era una sala da ballo e lei andava a ballare da ragazza. Mi chiese di passare lentamente davanti ad un edificio particolare o ad un angolo buio, e non diceva niente. Appena apparve all’orizzonte il primo raggio di sole, subito disse: “Sono stanca, andiamo, adesso”. Rimase in silenzio fino al luogo che mi aveva indicato. Due infermieri vennero verso il taxi il piú velocemente possibile. Erano molto gentili e vigilavano ogni sua mossa. Probabilmente la stavano aspettando. Ho aperto il bagagliaio e ho portato la valigetta fino alla porta. La donna stava seduta su una sedia a rotelle. “Quanto le devo?”, chiese, cercando i soldi nella sua borsa. “Niente”, le dissi. “Dovete pur vivere di qualcosa!”, rispose lei. “Avró altri clienti”, dissi io. Cosí, senza pensarci, mi abbassai e la abbracciai. Ella mi strinse con forza e disse: “Avevo proprio bisogno di un abbraccio!”. Mi strinse la mano, poi si avvió verso la luce mattutina. Dietro a me una porta si chiuse: era il suono di una vita conclusa. Non accettai altri clienti in quel turno e guidai senza méta per tutto il resto di quel giorno.
Ad uno sguardo veloce, credo di non aver fatto niente di piú bello e di importante nella mia vita!

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Un bacio,
un abbraccio
possono essere
un dono di vita!

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