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La Ditta

La Ditta

Era la  vigilia di Natale. Una fitta nebbia avvolgeva la cittá, penetrando nelle case attraverso le fessure delle finestre e i buchi delle serrature. Lungo le strade, le facciate dei palazzi somigliavano a dei fantasmi, mentre i passanti scomparivano, nella nebbia, come ombre paurose. Chiuso nel suo ufficio, Fernando non si preoccupava per niente dei preparativi natalizi. Per lui contavano solo il denaro e il profitto; e il Natale non era nient’altro che una festa per giustificare spese inutili, una occasione banale per ricordare che un altro anno era passato. Fernando non amava quella festa. Nella “ditta Fernando e Gaetano” (questo il nome a grosse lettere che si trovava sopra i capannoni della fabbrica) si pensava solo a lavorare duro. Gaetano era morto, ed ora il suo socio Fernando conduceva gli affari con il pugno di ferro. Intirizzito per il freddo, dato che il vecchio avaro risparmiava anche sul riscaldamento, Enrico, il suo segretario personale, di nascosto si riscaldava le dita al debole calore della lampada posta sulla sua scrivania. “Buon giorno zio”, esclamó improvvisamente una voce gioiosa. Era quella di Alessandro, il nipote di Fernando. “Sono venuto ad invitarti al pranzo di Natale, domani”. “Natale! Che sciocchezza il Natale. E poi io detesto i pranzi di famiglia”, rispose lo zio Fernando; “Vai, vai pure e lasciami lavorare”. All’ora di chiusura, Fernando si rivolse al suo segretario: “Suppongo che domani tu voglia la giornata libera. Te la concedo, ma poiché ti pago per non fare nulla, dopodomani verrai al lavoro qualche ora prima”. Alessandro promise che l’avrebbe fatto e si affrettó a rientrare alla sua modesta casa, dove l’aspettavano la moglie e i figli. Anche Fernando fece ritorno a casa sua, in un palazzo malandato che si trovava in fondo ad una stradina deserta. Ma appena chiuse dietro a sé la porta di casa, udí un rumore di catene trascinate per terra. Impaurito, il vecchio Fernando si rifugió nella camera da letto e chiuse la porta a chiave, dopo essersi assicurato che nessuno si fosse nascosto sotto il letto. Fu proprio allora che gli apparve dinanzi il fantasma di Gaetano, il suo vecchio socio. “Sono venuto a metterti in guardia”, gli disse con voce mortuaria. “Queste catene che mi tormentano me le sono preparate io nel corso della mia vita, per aver truffato la povera gente. Cambia vita, altrimenti avrai la stessa punizione, se non peggiore! Stanotte avrai la visita di 3 spiriti; dovrai ubbidire a loro, se non vuoi che la tua sorte sia ancora piú terribile di quella che è toccata a me!”. Detto ció scomparve in mezzo ad uno spaventoso rumore di catene. “Tutte schiocchezze” si disse Fernando e subito dopo si addormentó. Ma una strana figura apparve davanti ai suoi occhi: era quella di un bambino vestito con una bianchissima tunica, stretta alla vita da una cintura luccicante. In mano, il bambino aveva un ramo di agrifoglio (cioè un ramo di alloro spinoso con delle palline rosse, tipici rami del periodo natalizio). “Sono lo spirito del Natale passato, seguimi”, disse al vecchio. Appena pronunciate queste parole, afferró Fernando e, passando attraverso le pareti, lo portó in aperta campagna, nei pressi di una stradina ricoperta di neve. Attraverso la finestra di una casetta, Fernando vide una bella fanciulla: era la sua vecchia fidanzata, che egli aveva abbandonato molti anni prima perché non aveva soldi per la dote. Dopo pochi istanti, Fernando si ritrovó di nuovo nella sua camera. Ma ecco, subito dopo, apparire un altro spirito, vestito con una tunica verde scuro, avvolto da una bianca pelliccia. “Sono il Natale presente! Afferra la mia tunica e seguimi”, gli disse con voce decisa e ferma. All’improvviso si ritrovarono tutti e due nelle vicinanze della casa di Alessandro. Dalla finestra vide il suo segretario con la sua famiglia: si erano appena messi a tavola per festeggiare il Natale. “Chi è quel bambino che non riesce a camminare?", chiese Fernando allo spirito, indicando un fanciullo che si spostava con l’aiuto di una stampella. “È il piccolo Nino, il figlio di Alessandro. Per guarire avrebbe bisogno di una operazione e poi di nutrirsi meglio”. Detto questo lo spirito scomparve. Al suo posto apparve un fantasma gigantesco, coperto e incappucciato da un mantello scuro. “Sei forse lo spirito dei Natali che verranno?”, domandó Fernando. “Vuoi farmi vedere le cose che non sono ancora accadute?. Vuoi dirmi che presto moriró? Non è cosí? Salvami ti supplico! Ti prometto che cambieró. D’ora in poi onoreró il Santo Natale dal piú profondo del cuore. Aiuteró i poveri e non vivró piú solo per il denaro e per il profitto”. In quell’istante il vecchio Fernando aprí gli occhi. Si ritrovó nel proprio letto, dentro la sua camera. Dall’esterno veniva il piú gioioso scampanío di campane che avesse mai udito. Corse alla finestra e la spalancó. La nebbia era scomparsa. Un’aria fresca e pulita gli accarezzó il viso, mentre un raggio di sole si fece strada dentro la stanza. Fernando non si era mai sentito cosí felice. Nel corso della mattinata ordinó e fece consegnare alla casa del suo segretario Alessandro, un magnifico tacchino, raccomandando di non dire il nome del donatore. Fece il giro del paese dando generose offerte ai poveri che incontrava per strada e non mancó di offrire denaro anche ai suonatori di strada, a coloro, cioé, che con la chitarra o con la zampogna suonavano e cantavano musiche natalizie. Poi corse a bussare alla porta di suo nipote, dove gli fu riservata una calorosa accoglienza. Il mattino seguente, giorno di Santo Stefano, Fernando si recó all’ufficio prima del solito. Alessandro, il suo segretario, sarebbe arrivato in anticipo, come gli aveva chiesto di fare. L’orologio suonó le otto, poi le nove…, ma di Alessandro nessuna traccia. Poco prima delle dieci la porta si aprí ed entró il povero segretario. “Sono mortificato, principale”, si scusó Alessandro, “sono in ritardo!”. “Lo vedo da solo che sei in ritardo”, disse burbero Fernando. “Non accadrá mai piú. Il fatto é che ieri ho fatto un po’ tardi e…”. “Va bene, va bene”, taglió corto il vecchio, “…e di conseguenza…”. Il povero Alessandro si mise a tremare. “Di conseguenza…”, proseguí il suo principale, “ti aumenteró lo stipendio e ti pagheró l’operazione per tuo figlio Nino! Buon Natale, Alessandro” gridó ad alta voce Fernando. E lo abbracció fino alle lacrime. “E voglio anche aiutare la tua famiglia; ora corri a casa e goditi tua moglie e i tuoi figli". Fernando non solo mantenne la parola data, ma fece anche di piú, molto di piú. Divenne un bravo principale, un amico generoso dei suoi operai, uno zio affettuoso e un vero e proprio padre per il piccolo Nino. Fra i conoscenti e gli amici di Fernando non mancó chi si lasció andare a qualche critica di disapprovazione o a qualche sorrisetto ironico e pungente, di fronte a tutti quei cambiamenti. Ma egli li lasció dire. Da allora, a Natale, quel vecchio non piú avaro, preparó per i suoi dipendenti e per i suoi familiari, gratuitamente, le feste piú belle e piú gioiose che si possano ricordare.

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